lunedì 23 marzo 2009

Il Caravaggio della Mafia. Cronaca di un mistero. (La natività).


Caravaggio-Natività 1609

Sulla città di Palermo piove a dirotto, una motoape a tre ruote attraversa il centro storico diretta in via Archirafi, nella zona dell' Università; nella tempestosa notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 un capolavoro veniva rubato da mani inesperte e criminali dallo splendido Oratorio della compagnia di san Lorenzo, tra gli stucchi del Serpotta: é la Natività (Adorazione del Bambino coi Santi Lorenzo e Francesco) del Caravaggio, realizzata nel 1609.


G.P.Bellori, a riguardo dell'opera, scrisse: <<...per l'Oratorio della Compagnia di San Lorenzo, fece un'altra natività; La Vergine che contempla il nato Bambino, con San Francesco e San Lorenzo, vi è San Giuseppe à sedere, et un Angelo in aria, diffondendosi nella notte i lumi fra l'ombre..>>, con quel bambino, come dice Longhi, "abbandonato a terra come un guscio di tellina buttata" tra la graticola di san Lorenzo e il cesto degli attrezzi, inquietante rimando agli stumenti della sua Passione.


Iconografia classica; l'irrompere di un angelo impassibile visto in scorcio dall'alto; la Madonna, dal volto severo e infelice, ricordo della modella della sorella di Lazzaro, stremata per le doglie del parto; i santi in umile contemplazione, san Francesco, titolare della compagnia committente, e san Lorenzo, titolare dell'Oratorio; un pastore con cappello appoggiato malinconicamente al suo bastone, forse un pellegrino; l'enigmatico personaggio biondo di spalle, con giacchetta verde e calzamaglia, forse Giuseppe nell'atto di indicare il figlio (come scrive Bellori), ma rappresentato completamente fuori dai canoni. Dopo le grandi tele di Messina e Siracusa dai profondi vuoti, un quadro raccolto, intimo, realizzato in tutta fretta prima dell'ennesima fuga dell'artista verso Napoli e verso il suo fatale destino; meno radicale dell'Adorazione, sempre a Messina, ma non meno pervaso da umano e reale sentimento, con quell'inquadratura più ravvicinata tipica dei dipinti dei primi anni del secolo e soprattutto una intonazione più domestica e colloquiale, di fronte alla tragicità disperata delle opere dell'ultimo periodo. Di sicuro, con lo sguardo di oggi, il quadro meglio conservato di quelli presenti in Sicilia colpiti tristemente da incendi, terremoti e cattivi restauri.

La scoperta del furto fu fatta la mattina del 17 dalle due donne che fungevano da personale di guardia; gli allarmi naturalmente, pur essendo l'opera estremamente preziosa, erano assenti (il questore di Palermo non sapeva neanche della presenza di un Caravaggio nella sua città). La chiesa fu trovata tutta a soqquadro, gli oggetti liturgici buttati e la cornice appoggiata alla parete: la tela era stata tagliata infatti con un rasoio da barbiere. Si fanno varie ipotesi: si pensa ad un furto su commissione o per piazzare il dipinto sul mercato clandestino a qualche ricco e anonimo compratore (il quadro, già all'epoca, valeva circa 1 miliardo di lire); si pensa all'opera di sprovveduti che, difficilmente potendo piazzare un dipinto così famoso, non avrebbero esitato a farlo a pezzi per rivendere brani di pittura (un volto, una testa, il corpicino del Cristo, ecc.), ma sulla Mafia neanche un'ipotesi.


"Non esistono testimoni attendibili, non è stato possibile procedere a una approssimativa ricostruzione del fatto, non si sa nemmeno il giorno esatto in cui il furto è stato consumato. Gli inquirenti hanno constatato che entrare nell'Oratorio di San Lorenzo era molto facile. Bastava spingere le imposte di un balconcino - pare che sia stata questa la strada seguita dai ladri - perchè i battenti si aprissero." "Gli investigatori ritengono che il furto della Natività sia stato commesso da una banda di ladri palermitani. Questa convinzione deriva dal fatto che la tecnica usata per staccare la tela dalla sua cornice è quella meno idonea a salvaguardare l'integrità del dipinto. I ladri, infatti, si sono serviti di una comune lametta da barba ed un falso movimento avrebbe potuto danneggiare il prezioso dipinto." (Corriere della sera 21-10-1969).


Il mistero si infittisce negli anni '80 quando si fa avanti l'ipotesi che il dipinto sia andato distrutto nel disastroso terremoto dell'Irpinia. Il giornalista inglese Peter Watson (il quale dedicò a questa vicenda un libro (The Caravaggio conspiracy) lasciando intravedere l'ombra della mafia), infatti, racconta come, impegnato nella ricerca dell'opera, fosse entrato in contatto, da infiltrato, col mondo internazionale dei ladri d'arte. Assumendo l'identità di un ricco collezionista inglese - di nome John Blake - con la passione per la pittura del '600, grazie all'aiuto della consulenza di Scotland Yard, sarebbe entrato in contatto anche con lo scomparso Rodolfo Siviero - agente segreto, storico dell'arte e intellettuale che ha fatto recuperare al nostro paese tanti capolavori - il quale gli avrebbe fornito preziose indicazioni mettendolo in contatto con un mercante napoletano che a sua volta lo avrebbe messo in rapporto con i trafugatori del Caravaggio. Di qui la trattativa, culminata in un incontro avvenuto a Laviano, in campania: i ladri avrebbero accettato di portare in quella località il quadro rubato, in modo che Watson potesse esaminarlo e verificarne l'autenticità. Poi, una volta definiti i termini del pagamento e della consegna, il giornalista avrebbe avvertito la polizia italiana. Ma la sera prima dell'appuntamento - siamo oramai nel novembre del 1980 - mentre Watson si trovava ancora nel suo albergo di Napoli, ecco scatenarsi il terremoto. Il giornalista non riuscirà a raggiungere Laviano se non una settimana più tardi; e non vi troverà altro che cumuli di rovine.

Laviano fu messa sottosopra, con controlli in chiese e depositi, ma dell'opera nulla; rimase solo l'ipotesi, più che fondata, della sua distruzione.

"La Natività del Caravaggio, rubata nell'Oratorio di San Lorenzo, a Palermo, nel 1969 sarebbe effettivamente finita sotto il terremoto a Laviano, al seguito di un sorvegliato speciale, forse un siciliano. E' una tesi che torna ora alla ribalta grazie al lavoro dei carabinieri del luogo che - spiega il sovrintendente dei beni storico-artistici di Salerno ed Avellino, Mario De Cunzo - appena conosciuta la tesi dello scrittore inglese (che ha indicato questo centro come il "sede occulta" de la Natività) non hanno esitato a compiere tutte le ricerche necessarie anche attraverso segnalazioni e incartamenti riservati. A Laviano erano confinati in soggiorno obbligato prima un siciliano e poi un napoletano, ha rivelato De Cunzo, e il secondo era presente anche durante il terremoto. Per lui o per i suoi complici portare via la Natività arrotolata come un tappeto non sarebbe stata cosa davvero difficile durante e dopo il sisma. Tuttavia potrebbero venire fuori piste imprevedibili per la sorte di altri capolavori proprio in un piccolo centro come Laviano dove nessuno - appunto - andrebbe a cercare un Caravaggio". (Repubblica 18-1-1984).

Nel 1992 di nuovo il dipinto fa parlare di se quando ormai è accertato che la Mafia sarebbe, se no il mandante del furto, quantomeno la depositaria dell'opera: "Le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia" spiega il colonnello Roberto Conforti; "Probabilmente l'opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata". La preoccupazione allora riguardava anche la pratica di scambiare opere d'arte con partite di droga, quando, per esempio, potenti narcos della droga sudamericani si erano rivelati molto interessati alla reliquia di sant'Antonio recuperata poi a Fiumicino (con l'Italia sempre terra di saccheggio e con più di 44.000 furti di opere all'anno, dei quali solo il 10% recuperati). Un'altra ipotesi porterebbe addiritura a Johannesburg dove il dipinto sarebbe stato acquistato in diamanti tagliati ad Amsterdam. E c'è anche la testimonianza dell'agente della DEA Tom Tripodi, il quale dichiarò che tra il '78 e il '79, infiltratosi nelle famiglie mafiose per seguire il traffico di stupefacenti con le cosche americane, sarebbe venuto a conoscenza del quadro e ne avrebbe addirittura trattato la vendita


Nel 1996, dopo un'altro incredibile furto, quello della statuetta del bambino dell'Ara Coeli a Roma, veneratissima dal medioevo, le affermazioni del pentito Mannoia nel corso del processo Andreotti riportarono d'attualità il clamoroso furto del quadro: «Quando la consegnammo all'"acquirente" quello si mise a piangere perché avvolgendola malamente s'era sbriciolata...».
Passava così per un esperto d'arte Mannoia. E per questo don Pippo Calò si sarebbe rivolto a lui per un «regalo eccellente», quando ci fu bisogno di trovare «un quadro per il quale Andreotti impazziva». «Non so se Calò conosceva Andreotti», ha spiegato il pentito. «Ma qualcosa ci deve essere perché vi fu quell'interessamento... Noi avevamo già trattato tanti quadri rubando opere di Guttuso, Grasso, Novella Parigini, Antonello da Messina e Caravaggio... Dovevamo trovare un Grasso o Grassi... Ma qualche tempo dopo Bontade era contento: il quadro per Andreotti l'avevano trovato presso un antiquario amico di Calò».
Per il senatore fu naturalmente tutto un falso: «Come critico Mannoia non vale granché, visto che mette insieme la Parigini con Caravaggio... Una cosa è certa però: credo di non essere mai impazzito per niente, figuriamoci per un quadro». (Corriere della sera 5-9-1996).


Ritornò così l'ipotesi della distruzione definitiva del dipinto quando lo stesso Mannoia disse "Anch'io ho rubato quadri di valore; ricordo Novella Parigini e un Antonello da Messina. Al giudice Falcone dissi che era inutile cercare una tela del Caravaggio che io stesso, con altri, avevo rubato. Nel piegarla, per trasportarla meglio, il dipinto venne irrimediabilmente rovinato".

Ma le rivelazioni shock le fece Giovanni Brusca, mafioso e pentito (come Mannoia), il quale si collega alle leggi speciali che fecero seguito alla strage Falcone e Borsellino (1992). Brusca raccontò, infatti, come la mafia avesse cercato di "venire a patti" con lo Stato italiano, attraverso uno scambio: la restituzione della tela di Caravaggio in cambio della modifica del 41bis, vale a dire il carcere duro per i mafiosi (l’articolo di legge che impedisce ai detenuti per mafia di comunicare con l'esterno). Ovviamente lo Stato non trattò. Ma poco tempo dopo un altro pentito di mafia, Salvatore Cangemi, fece sapere che il Caravaggio era ancora nella ‘pinacoteca’ della mafia, che lo "esponeva" durante i suoi summit, a simboleggiare il proprio potere.

Negli anni 2000, in seguito ad indaggini, si fa avanti l'ipotesi sconcertante che l'opera, tentata di vendere fino al 1981 inutilmente, fu poi seppellita insieme a cinque chili di cocaina e alcuni milioni di dollari, il tesoro personale di Geraldo Alberti e, forse, quello della famiglia di Porta Nuova. La storia è complicata.

I cosidetti "perdenti" nella lotta con i Corleonesi gestirono il furto e l'opera; forse i balordi agirono su commissione di qualcuno, forse tentarono il colpo grosso da soli dopo avere visto la puntata dedicata al Caravaggio ne "I tesori nascosti d'Italia", trasmesso dal secondo canale della Rai poche settimane prima. Certo è che la mafia non ne sapeva nulla. Il caso volle però che ospite nascosto dell'appartamento dove i due ladri (uno dei quali probabilmente era Bontade) si rifugiarono subito dopo il furto fosse il fratello di un uomo d'onore, latitante per piccoli reati, che vent' anni dopo, rintracciato dai carabinieri grazie all' imbeccata di un pentito della famiglia di Porta Nuova, racconterà il mistero di quella notte e del passaggio di mano del quadro da due imprudenti ladri a Cosa Nostra.

«Il Caravaggio me lo ricordo bene - disse all'ufficiale dei carabinieri che lo interrogò in un paese della Calabria, dove faceva il commerciante - ci ho pure passeggiato sopra, visto che lo avevano srotolato nella stanza dove era sistemata la mia brandina. Ricordo che era rovinato in uno degli angoli, lo hanno strappato leggermente tirandolo fuori dall' ascensore». In quella casa la Natività restò solo una notte. L' indomani venne portata in ponte Ammiraglio, regno del boss nascente Pietro Vernengo. Dopo un' indagine veloce di Cosa Nostra, e l' intercessione del latitante testimone occasionale del quadro, i ladri ebbero salva la vita e perfino una ricompensa. Il quadro passò di mano altre due volte: da Vernengo a Rosario Riccobono e, poi, a Gerlando Alberti u paccarè, trafficante di droga titolare di una raffineria nel palermitano che lo terrà con sè fino al suo arresto, nel 1981, e, probabilmente anche dopo. Sarà suo nipote Vincenzo La Piana, collaboratore di giustizia, a raccontare di avere scavato egli stesso la fossa nella quale fu seppellita una cassa di ferro, con la droga ed il quadro, avvolto in un tappeto.

L' indiscrezione fu confermata in ambienti investigativi e giudiziari ma la cassa non fu trovata: La Piana, infatti, aveva comunque avvertito i carabinieri: «difficilmente mio zio ha lasciato lì il suo tesoro». Proprietario di uno dei gioielli della pittura italiana, u Paccarè cercò immediatamente di venderlo. Ci tenterà almeno tre volte, nell' arco di dieci anni: la prima ad un collezionista svizzero. In quell'occasione il quadro fu portato a Milano, e a raccontare il contatto è stato un collaboratore di giustizia. La seconda volta, nel 1974, nell' area di Torino, e un paio di carabinieri infiltrati arrivarono ad un passo dal recuperare la tela. La terza nel 1979, poco prima dell'omicidio di Boris Giuliano, il capo dalla Mobile assassinato dalla mafia. E in questo caso i carabinieri si imbattono nel secondo testimone diretto del quadro, un personaggio che fu infiltrato in Cosa Nostra per conto di Boris Giuliano, fingendo di rappresentare le famiglie americane. (Giornale di Sicilia 8-2-2003).

La cassa dunque contenente, oltre la preziosa tela, cinque chili di cocaina e svariati milioni di dollari, rimasta sotterrata per diversi anni nelle campagne palermitane, fu alla fine rimossa e portata altrove, affidata ad un uomo di fiducia del boss.

Ormai l'opera non è più piazzabile sul mercato; in questa data il suo valore stimato è di circa 50 miliardi di vecchie lire, è diventa sempre più un'icona e un simbolo del potere delle famiglie mafiose, oltre a preziosa merce di scambio in trattative segrete con lo Stato circa il 41bis. Il pentito Salvatore Cangemi, come già scritto, infatti ha affermato che la mafia utilizzava il quadro come simbolo di potere, esponendolo nel corso dei suoi summit. Il quadro, non più in vendita, infatti sarebbe stato esposto più volte, negli ultimi trent' anni, durante importanti summit di mafia. Come segno - ha spiegato un pentito - del prestigio e del potere della «famiglia» che ospitava il vertice. «È stato trasferito da una "famiglia" di mafia all' altra quasi fosse un vessillo simbolo di forza», spiega il generale Roberto Conforti, comandante del Nucleo patrimonio artistico.

In queste date si è potuto anche smentire definitivamente l' indicazione data dal pentito Francesco Marino Mannoia, che a Giovanni Falcone aveva detto della distruzione della tela. In realtà aveva fatto confusione con un altro dipinto, di eguale iconografia e simili dimensioni: 2,68 per 1,97 il Caravaggio; 3,5 per 2,25 il quadro di Vincenzo da Pavia che Mannoia rubò in quelle stesse settimane nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri alla Guilla, al Capo. La "Natività" è ancora intatta come confermano dieci pentiti: fra i più informati ci sono Giovanni Brusca e Vincenzo La Piana, ma anche altri «uomini d' onore» che ricoprirono incarichi nel mandamento di Porta Nuova, che aveva competenza sul territorio dell' Oratorio di San Lorenzo. Fra questi, Salvatore Cancemi. Sono stati loro a svelare alla Procura anche i possibili nascondigli. E nel corso dell' ultimo anno i carabinieri hanno fatto irruzione in più di un appartamento e di una villa in città e in provincia. Il Caravaggio non si è allontanato di molto. (Repubblica 9-12-2001)

Infine, ultimamente, nel 2005, in seguito alla pubblicazione del volume "Il muro di vetro" di Giuseppe Quatriglio, dedicato alla scomparsa del dipinto (e che farà diventare scendiletto del padrino di turno), il colonnello Musella ha fatto luce sull' equivoco che per anni ha circondato la vicenda, riguardo le affermazioni di Mannoia, ed ha ricostruito gli spostamenti dal 1981 in poi.

Le ultime tracce oggi, incredibilmente, portano nell'est Europa.

La tela ha raggiunto fama internazionale dato che compare persino nel sito dell’F.B.I. ed è inserita, tra le prime dieci, nella lista dei più importanti capolavori artistici rubati. La polizia statunitense ha creato ad hoc uno speciale braccio operativo, Art Crime Team, composto da due alti magistrati e dieci “segugi” che si sono prefissati l’obiettivo di vigilare sui beni culturali di interesse planetario. “La Natività” è in buona compagnia in quanto spalleggiata da altrettanto rinomati gioielli che ne condividono la triste sorte: la Saliera di Cellini, uno Stradivarius, due van Gogh, la Madonna di Leonardo da Vinci.

La sconvolgente storia di un quadro tra giochi di potere e di famiglie, misteri ed intrighi, dalle vicende maledette come il suo autore tanto ammirato quanto ricercato, un patrimonio da riprendere con tutte le forse, senza scendere a compromessi; del resto "Pensateci" dissero i mafiosi (durante i colloqui con lo Stato circa l'abolizione del 41bis), perché "una persona, per quanto importante, può essere sostituita. Un'opera d'arte, persa una volta è persa per sempre". Quanta saggezza.

Da "Nero su Nero" Leonardo Sciascia, 1979

Tutti gli articoli giornalistici in ordine cronologico

Ultime novità



cfr. per questo post essenziale è stata la scoperta del sito, i cui articoli ho cercato di rielaborare ed approfondire: http://xoomer.virgilio.it/onino/index1.html

La lista delle 10 opere di valore universale che le forze dell’ordine non smettono di cercare: la Nativita' del Caravaggio, il Bambinello dell'Ara Coeli, il Ritratto di donna di Klimt, Ecce Homo di Antonello da Messina, la Madonna dell'orto di Giovanni Bellini, la Sacra Famiglia del Garofalo, la Madonna del Cucito di Francesco Cozza, San Giovanni Battista di Leonardo, la Vergine, il Redentore e San Francesco d'Assisi in preghiera di Mattia Preti, il Martirio di sant'Erasmo di Poussin.

3 commenti:

  1. il fratello molisano24 marzo 2009 13:46

    Alberto.
    Bè che dire bellissima storia mi ha molto interessato la citazione di Andreotti, e sulla sua "presunta" collusione con cosa nostra ci voleva aha aha tommà mi è piaciuto proprio tanto l'articolo complimenti fallo girare mandalo al giornale dove scrivi perchè merita veramente come datronde tutti gli altri articoli. Grande Frateeee

    RispondiElimina
  2. So che questa e' una tragedia per l'Arte, ma considerando la vita di Caravaggio, forse un montaggio fine.

    RispondiElimina
  3. Da uomini d'onore...restituitela.Avrete il merito di renderla ammirabile a tutte le persone che come voi adorano l'arte.

    RispondiElimina

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...