mercoledì 16 marzo 2011
Omaggio a Leo Steinberg
Leo Steinberg, uno degli storici e critici dell’arte di maggiore celebrita’ della seconda meta’ del XX secolo, ma al tempo stesso anche autore di controversi studi, e’ morto domenica sera nella sua casa di Manhattan all’eta’ di 90 anni. L’annuncio della scomparsa e’ stato dato oggi dalla sua assistente Sheila Schwartz al ”New York Times”. Steinberg era considerato uno dei massimi esperti mondiali del Rinascimento e del Barocco italiano e si era affermato per i suoi studi su Leonardo da Vinci, Michelangelo e Francesco Borromini.
"Tutta l'arte ha per oggetto se stessa. Tutta l'arte originale va alla ricerca dei propri limiti e la differenza tra l'arte del passato e l'arte modernista non ha a che fare con la presenza o meno dell'autodefinizione, ma con la direzione che questa autodefinizione prende”
Tra questi sicuramente si può ricordare il testo da cui è tratta la frase iniziale “Other criteria” pubblicato nel 1972. Nel saggio, che rappresenta la versione integrale di un discorso pronunciato durante una famosa conferenza del 1968 presso il MoMA, lo studioso nato a Mosca nel 1920 criticava l'eccessivo formalismo di Clement Greenberg, trovando nuovi strumenti per analizzare le opere d'arte. Usando un criterio simpatetico infatti secondo Steinberg il critico poteva sospendere il suo gusto per riconoscere la pienezza di quella determinata opera d'arte. Facendo poi innumerevoli esempi sull'arte del passato, propose la definizione di pianale (flatbed) per il piano pittorico, in questo modo questo concetto invitava a comprendere l'opera in tutta la sua integrità, attraverso i diversi processi che avevano permesso la sua creazione, non soltanto la materia di cui era fatta. Su questa definizione molti studiosi nel corso degli anni hanno discusso, Steinberg infatti è stato senza dubbio in tutta la sua vita uno studioso controverso, spesso criticato per le sue interpretazioni, che comunque sono rimaste fondamentali negli studi del settore. Come fu il caso nel 1983 del testo “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion” che analizzava la costante raffigurazione nelle opere d'arte rinascimentali dei genitali del Cristo, rappresentati per comprovare la sua umanità. Steinberg era anche un importante collezionista di stampe, nel 2002 ha infatti donato all'Università del Texas, dove aveva insegnato, un importante corpus che comprende più di 3200 opere (tra cui stampe di Durer, Piranesi, Lorrain, Rembrant, Matisse, Grosz, Picasso, Johns).
La grande varietà delle opere che nel corso degli anni ha collezionato, così come i suoi scritti raccontano quello che è stato uno dei suoi tratti più distintivi, e da cui tutti gli storici dell'arte dovrebbero imparare, ossia la grande libertà e la straordinaria modernità con cui si muoveva nelle sue ricerche, non soltanto attraverso la varietà dei temi trattati e per il suo metodo limpido e schietto, ma anche per il suo stile diretto che ha permesso una comprensione attenta e puntuale di quei fenomeni. (Da Arskey)
Rileggendo queste poche righe si avverte subito lo spirito libero e senza pregiudizi del suo autore, Leo Steinberg, considerato uno fra i più grandi storici d'arte americani del Novecento e che è venuto a mancare all’età di 90 anni domenica 13 marzo nel suo appartamento di New York. L'annuncio ufficiale è stato dato ieri sul “New York Times” ed è stato confermato dalla sua assistente Sheila Schwartz. Dallo studio degli artisti rinascimentali, alla sua interpretazione dell'opera Les damoiselles d'Avignon di Picasso nel saggio “The Philosophical Brothel”, fino ad arrivare alle tendenze americane degli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso la conoscenza diretta e la promozione di artisti a lui contemporanei, tra cui non si possono non citare Jasper Johns, Robert Raushenberg, Jackson Pollok e Willem de Koonig; la sua vita è stata costellata da continue, infinite e meditate ricerche, che condotte con uno stile poco ortodosso, sono diventate fondamentali nello studio storico artistico.
Tra questi sicuramente si può ricordare il testo da cui è tratta la frase iniziale “Other criteria” pubblicato nel 1972. Nel saggio, che rappresenta la versione integrale di un discorso pronunciato durante una famosa conferenza del 1968 presso il MoMA, lo studioso nato a Mosca nel 1920 criticava l'eccessivo formalismo di Clement Greenberg, trovando nuovi strumenti per analizzare le opere d'arte. Usando un criterio simpatetico infatti secondo Steinberg il critico poteva sospendere il suo gusto per riconoscere la pienezza di quella determinata opera d'arte. Facendo poi innumerevoli esempi sull'arte del passato, propose la definizione di pianale (flatbed) per il piano pittorico, in questo modo questo concetto invitava a comprendere l'opera in tutta la sua integrità, attraverso i diversi processi che avevano permesso la sua creazione, non soltanto la materia di cui era fatta. Su questa definizione molti studiosi nel corso degli anni hanno discusso, Steinberg infatti è stato senza dubbio in tutta la sua vita uno studioso controverso, spesso criticato per le sue interpretazioni, che comunque sono rimaste fondamentali negli studi del settore. Come fu il caso nel 1983 del testo “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion” che analizzava la costante raffigurazione nelle opere d'arte rinascimentali dei genitali del Cristo, rappresentati per comprovare la sua umanità. Steinberg era anche un importante collezionista di stampe, nel 2002 ha infatti donato all'Università del Texas, dove aveva insegnato, un importante corpus che comprende più di 3200 opere (tra cui stampe di Durer, Piranesi, Lorrain, Rembrant, Matisse, Grosz, Picasso, Johns).
La grande varietà delle opere che nel corso degli anni ha collezionato, così come i suoi scritti raccontano quello che è stato uno dei suoi tratti più distintivi, e da cui tutti gli storici dell'arte dovrebbero imparare, ossia la grande libertà e la straordinaria modernità con cui si muoveva nelle sue ricerche, non soltanto attraverso la varietà dei temi trattati e per il suo metodo limpido e schietto, ma anche per il suo stile diretto che ha permesso una comprensione attenta e puntuale di quei fenomeni. (Da Arskey)
Da questo link una sintesi del suo fondamentale saggio
martedì 15 marzo 2011
Prima conferenza stampa di presentazione della Biennale (Video)
La prima conferenza stampa di presentazione della 54ma Esposizione Internazionale d'Arte: Illuminazioni. Un po' di numeri: prima di tutto sui tagli ai finanziamenti, poi su artisti e iniziative. Le nuove geografie dei Padiglioni Nazionali, che registrano i sommovimenti politici del momento. La drammaturgia della curatrice Bice Curiger, le domande dei giornalisti e le mosse egocentriche dei grandi assenti... Per fare un po' di luce sull'evento d'arte made in Italy piu' importante e discusso, vi proponiamo il documento video integrale della presentazione ufficiale a Roma. Su Undo.net.
E altri articoli:
lunedì 14 marzo 2011
ATLAS: come portarsi il mondo sulle spalle?
Atlas. Interessante esposizione al museo Reina Sofia curata da George Didi-Huberman; si riflette sulle immagini, quelle contemporanee ma anche quelle sedimentate. Filo conduttore è il celeberrimo Atlante della Memoria di Warburg, generatore infinito di impressioni e rimandi e che il curatore prova a continuare. Vaso di Pandora del nostro eccesso visuale ma anche scrigno per decifrare una cultura dell'immagine sempre più opprimente, in perenne relazione con un passato inteso quale memoria quasi sempre nascosta e celata. Di seguito un bel post dal blog Rocaille di Lisa.
La memoria
Mnemosyne deriva dal greco μνήμων e significa memoria.
Era il nome di una delle figlie di Urano e Gea, una Titanessa generata all’inizio dei tempi. Dalla sua unione con Zeus nacquero le nove Muse, protettrici dell’arte. Fu così che si fissò per sempre il legame imprescindibile tra arte e memoria.
Mnemosyne è il nome del monumentale atlante di Aby Warburg dove immagini di ogni epoca e provenienza sono accostate in maniera non gerarchica ma tematica, dove nulla è più importante di altro ma tutto forma un tessuto: la trama della memoria.
L’Atlante
Il progetto di Warburg era un’impresa imponente, iniziata negli ultimi anni della sua vita dal 1925 al 1929 quando morì e la lasciò incompiuta.
Un lavoro paradossale, ma affrontato con metodo scientifico di archivista e classificatore e che può essere considerato come un grande riassunto, un documentario di tutta l’arte occidentale e non, un tentativo di dare un ordine (κόσμος) al caos (χάος) della storia e quindi della memoria.
Il suo studio si serviva di un sistema di pannelli dove raccoglieva le immagini che più lo interessavano così che, ad una sola occhiata, potesse avere uno sguardo d’insieme senza bisogno di parole.
Il suo occhio cercava le analogie, gli isomorfismi che intercorrono tra le immagini, i richiami impensabili che si muovono sottotraccia, invisibili. Una studio quasi primitivo dove non serve più l’analisi, ma solo l’intuizione, un approccio talmente nuovo da sembrare inutile.
Warburg diceva infatti “ciò di cui mi occupo è una scienza che non ha nome” e chiamava questo atlante “racconto di fate venuto dal reale” o “storia di fantasmi per adulti”.
Imago Mundi
Sin da quando l’uomo abita il mondo ha prodotto talmente tante immagini che con il tempo rischiano di andare perdute cioè dimenticate. Per evitare l’eterno ritorno bisogna combattere l’oblio così Warburg si chiede come raccogliere tutta l’arte: come racchiudere tutta la nostra memoria? Come portarsi il mondo sulle spalle?
E’ un’impresa titanica proprio come quella di Atlante, condannato da Zeus a reggere sulle spalle l’intera volta celeste. Atlante regge il mondo, ma questa è la mappa del mondo, è la sua memoria fatta dalle immagini che l’uomo ha creato dall’inizio dei tempi ad oggi e che costituiscono un fardello altrettanto pesante.
Warburg arriva ad una congiunzione astrale e terrestre dove tutto può essere scritto, anzi tutto può essere rappresentato e l’universo può essere racchiuso in un libro: un atlante.
Il grande atlante diventa così una mappa istantanea della memoria, magma informe e infinito, IMAGO MUNDI del pensiero e del ricordo. Non esiste più oggetto ma solo concetto, non possiamo più collezionare ma solo collazionare. E’ l’uomo moderno che non è più in grado di creare, ma solo di recuperare, raccogliere frammenti, vagare.
I tableaux di G. Didi-Huberman
E’ ancora il sogno dell’uomo rinascimentale che cerca di stipare la conoscenza nei manuali, ma è impossibile racchiudere l’universo in un libro e infatti l’opera rimane incompiuta, non solo per caso. Georges Didi-Huberman prova a continuarla, accostando immagini quanto mai eterogenee di artisti ed esperienze artistiche tra il XX e XXI secolo.
Lo storico dell’arte francese, che a Warburg ha dedicato la monografia “L’immagine insepolta”, ha curato la mostra esposta al museo Reina Sofia a Madrid, fino al 28 marzo. Una mostra sperimentale e un saggio critico esposto che non ha bisogno di parole né, quasi, di immagini.
Non è una mostra che si preoccupa di esporre la bellezza di grandi capolavori, ma di ciò che c’è dietro. Ciò che è esposto non sono oggetti, ma i pensieri che collegano quegli oggetti: è una grande mostra all’immateriale.
Non c’è niente da capire, ma solo da scoprire e tutto ciò che capiamo si rivela effimero, leggero.
Un labirinto estetico incomprensibile e impossibile fatto di dipinti e sculture, ma anche fotografie, film, giornali, annotazioni, lettere, dove non ci sono verità o certezze ma tutto è affidato a foglietti delicati e fragili.
Si sente una totale perdita del centro, tutto è sullo stesso piano: il tavolo. Non ci sono più punti fissi, né linee né momenti, ecco dunque il tentativo di ricostruire “l’ordine delle cose”, “l’ordine del tempo” e “l’ordine dello spazio”.
Abbiamo di fronte un mondo sotterraneo di oggetti e parole nascoste: troviamo una statua romana di Atlante e un assemblage di foto di Warburg, i capricci di Goya e i ritratti fotografici di August Sanders e i collage di El Lissitzky. Non è una mostra di opere famose, ma non è nemmeno una mostra di opere: di Paul Klee c’è l’erbario, di Sol LeWitt le sue fotografie dei muri di New York, di Josef Albers il suo album fotografico dedicato all’architettura pre-colombiana, gli esercizi di anatomia di Max Ernst, le Water Towers di Berndt & Hilla Becher, gli appunti di Walter Benjiamin e di Rosemarie Trockel; le nuove invenzioni geografiche di Marcel Broodthaers, Guy Debord e On Kawara, fino ad arrivare all’ Histoire du cinéma di Jean-Luc Godard.
“Di solito quando si esibisce un archivio non c’è niente da vedere, è un lavoro di tempo che prende mesi e anche anni mentre invece un atlante è una presentazione sinottica delle differenze. Il suo scopo è quello di farti capire il legame che non è basato sulle somiglianze, ma sulle connessioni segrete tra due cose diverse. Atlas è un tour visuale rispetto a qualsiasi altro archivio, è un lavoro di montaggio nel quale differenti tempi stanno insieme. Non sono cose belle appese sulle pareti, ma è il processo creativo che spesso avviene sul tavolo.”
Un grande celebrazione alla Corrispondenza, così come l’aveva intuita Baudelaire, che della modernità è l’inizio.
Una delle più belle mostre di quest’anno, fatta con la voglia di ricerca e non di vendere biglietti.
Data: 26 Novembre – 28 Marzo
Luogo: Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía
Co-organizzata da : ZKM Zentrum für Kunst und Medientechnologie Karlsruhe y Sammlung Falckenberg Phoenix Kulturstiftung
Curatore: Georges Didi-Huberman
Lisa.
domenica 13 marzo 2011
lunedì 7 marzo 2011
Vernissage romani
Quantomeno Dagospia, grazie alla passione di D'Agostino per l'arte contemporanea, offre interessanti reportage fotografici che ci fanno entrare nello splendente mondo dei vernissage romani, con tanta gente (addetta?) in mostra, tante strette di mano, qualche politico e la solita noia. In questo caso siamo al vernissage della mostra Michelangelo Pistoletto: da Uno a Molti, 1956 - 1974.
NINNA NANNA DI GIANNA NANNINI IN GLORIA DI MICHELANGELO PISTOLETTO AL MAXXI 2- LA NEO-MAMMA GRATTUGIA LE CORDE VOCALI RASPANDO ’MAMA’ PER L’ULTIMA FATICA DEL GRANDE ARTISTA PIEMONTESE, IL TERZO PARADISO, CHE SIMBOLEGGIA, CON IL NUOVO SEGNO DELL’INFINITO, LA PROCREAZIONE AL CENTRO DELLA VITA. LAVORANDO A QUESTO PROGETTO, HA RIVELATO PISTOLETTO, ’’LA NANNINI HA DECISO DI DIVENTARE MAMMA’’ - 3- AL DI LÀ DEL "RUMORE" DELLA SCAPIGLIATA SENESE L’ANTOLOGICA È MOZZAORECCHI - 4- DOPO IL MINISTRO BONDI, IERI AD ESSERE "INFILZATO DAI BUUH" COME AD UNA PRIMA A TEATRO È STATO IL SOTTOSEGRETARIO FRANCESCO GIRO CHE HA DOVUTO FRETTOLOSAMENTE INTERROMPERE IL SUO DISCORSO SOMMERSO DAI "BASTA" DEI GIORNALISTI -
sabato 5 marzo 2011
Arte assenteista
Quando Totò stava più avanti di molti artisti contemporanei. Non volendo una vera e propria dichiarazione di estetica.
venerdì 4 marzo 2011
Posso farlo anch'io
Chi non lo ha mai pensato una volta osservando l'arte contemporanea? Ora si può fare grazie a iartist, un pò come l'operazione che compie Mike Bidlo con le opere degli artisti storici. In questo caso l'opera, inserita pienamente nel contesto della merce e del consumo, arriva a casa con tanto di pacco e istruzioni e deve essere solo montata. Un pezzo su tutti il celebre teschio di Hirst, ma si possono realizzare anche dei Banksy, la celebre testa di Marc Quinn, Everyone I have Ever slept with 1963-1995 di Tracy Emin. E per riflettere sul concetto di originalità-realtà nell'arte contemporanea, ovvero sulle differenze, tutte filosofiche, che intercorrono tra un oggetto comune e lo stesso oggetto diventato opera e musealizzato, è uscito da poco Oltre Brillo Box. Il mondo dell'arte dopo la fine della storia, di Arthur Danto. Finalmente anche in Italia viene tradotto il celebre saggio The artworld (in parte fruibile in inglese qui), ampliato e aggiornato: "Analizzando in modo critico la complessa relazione tra interpretazione, storia, teoria e pratica nell'arte, e con uno stile improntato alla chiarezza espositiva, "Oltre il Brillo Box" prende le distanze da un passato dominato dal paradigma tradizionale delle arti visive e ci proietta nell'attualità di un mondo caratterizzato da opere d'arte indiscernibili dagli oggetti ordinari: è il mondo in cui viviamo, costantemente alla ricerca di una risposta alla domanda "che cos'è l'arte?". Naturalmente, per entrare in queste problematiche, si sconsiglia l'inutile testo, seppur divulgativo, di Bonami "Lo potevo far anch'io".
Il crollo del David
Sarebbe un incubo vero e proprio, sarebbe terribile anche solo immaginarlo ma apprendo che, anche lontanamente, ci sarebbe il rischio che il David di Michelangelo passa crollare sotto i suoi piedi poiché i vicini lavori della Tav porterebbero all'estremo delle micro lesioni nelle zone basse. Naturalmente ci sono i catastrofisti ma anche la più remota possibilità che questo avvenga mi getta nel panico.
Il David di Michelangelo, statua di marmo imponente – di 6,72 metri, se si considera anche il basamento e raggiunge quota 6,83 metri con il gradino in granito – ma fragile a causa di micro-fessure apertesi sulle caviglie che ne possono compromettere la tenuta, è a grande rischio crollo. Le vibrazioni degli scavi dei tunnel dell’alta velocità e poi i transiti futuri dei convogli sotto Firenze, potrebbero causare un aggravio delle sollecitazioni cui è già sottoposta la scultura del Buonarroti. A lanciare l’allarme è l’architetto padovano Fernando De Simone, esperto in costruzioni sotterranee, che arriva a proporre di trasferire il capolavoro in un nuovo museo per proteggerlo. Dopo accurate indagini durate oltre un anno, De Simone ha richiamato l’attenzione su un eventuale pericolo per l’opera proprio mentre a Firenze è in corso un dibattito quotidiano sugli rischi dovuti all’attraversamento sotterraneo dei treni veloci, tanto che si stimano circa 2000 edifici con possibili lesioni, a ridosso del percorso ferroviario sotterraneo. «I due tunnel della Tav – ha fatto notare De Simone – passeranno a circa 600 metri dalla statua del David di Michelangelo che ha le caviglie piene di piccole crepe. Se prima di iniziare i lavori di scavo, la statua non verrà trasferita, ci saranno seri rischi che crolli, a causa delle vibrazioni». L’architetto si accorse del problema delle vibrazioni per il David alcuni anni fa, osservando cosa accadeva al treppiede della sua macchina fotografica: «All’arrivo di gruppi di visitatori, la livella a bolla, che segnala l’equilibrio non stava mai ferma, vibrava di continuo. Figuriamoci cosa può accadere coi treni;…». «Alla Galleria dell’Accademia di Firenze – ha spiegato la soprintendente Cristina Acidini – è in corso uno studio finalizzato a stabilire quale grado di resistenza a sollecitazioni sismiche, ai terremoti, può avere l’edificio che certo non è moderno. Quando avremo un quadro diagnostico completo potremo valutare se le vibrazioni degli scavi della Tav e i passaggi futuri dei treni potranno creare problemi alla statua». Intanto, il capolavoro di Michelangelo è finito in parlamento: il senatore del Pdl Pietro Paolo Amato ha presentato in Senato un’interrogazione ai ministri Bondi e Matteoli per «fare immediata chiarezza». (Rovesci d'arte)
Da qui la proposta formulata da Fernando De Simone di trasferire il David in un museo sotterraneo che proteggerebbe la statua anche in caso di terremoto ed inoltre si potrebbe consentire al visitatore la sua osservazione, tra l'altro, da ogni punto di vista, quindi non solo frontalmente, ma lateralmente e dall'alto. "Un'osservazione - aggiunge De Simone - dai punti di vista ascendenti e discendenti e spiralati, grazie a delle rampe e delle scale intorno alla statua. Un modo di vedere la celebre scultura come desiderava lo stesso Michelangelo e come ha scritto il grande critico dell'arte Carlo Ludovico Ragghianti, di cui io sono stato allievo".
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