lunedì 13 luglio 2009

Per Grazia Ricevuta

Quando il Sacro Cuore dell’iconografia cristiana diventa materia di riflessione sulle paure, sulle solitudini e sulle insicurezze della società contemporanea. Ripresa del sacro e discesa nel quotidiano; l’inquietudine di sentirsi aperti e feriti; grido di dolore e imposizione di colpe. Forse l’unica preghiera disponibile agli occhi dell’artista.

Sono le sculture dell’artista Valentina Fino, in mostra a Bari fino al 25 luglio, in bilico tra ancestrali riti di fede e di speranza e contemporanee annichilazioni. Ex voto appunto in quanto non più offerte.

Il blog dell’artista.

Intervista tratta dal sito Versacrum.

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lunedì 6 luglio 2009

Il Crocefisso di Michelangelo…la solita speculazione? Ipotesi, confronti e aggiornamenti

Riporto un articolo della dottoressa Stella Rudolph circa l’autenticità del tanto celebrato crocefisso di Michelangelo che, stando alle attribuzioni, dovrebbe essere la scoperta più sorprendente nel campo artistico degli ultimi decenni.
“Alla fine dello scorso febbraio la Corte dei Conti del Lazio ha avviato un’inchiesta sull’acquisto da parte dello Stato, da un antiquario torinese, del piccolo (alt. 41 cm.) Crocefisso in legno di tiglio per € 3.250.000,00 che da parecchi anni viaggia con un’assai controversa attribuzione a Michelangelo (peraltro non suffragata da verun documento). Con secca precisione Paola Barocchi lo definì “un’opera di rispettabile serialità quattrocentesca, legata ad un’alta tradizione di intaglio ligneo, che niente ha a che fare con Michelangelo e le sue opere giovanili”: infatti ben otto simili esemplari coevi vennero citati nel catalogo redatto quando la sculturina fu presentata in una mostra al Museo Horne nel 2004, tutti poi taciuti nell’occasione dell’esposizione in pompa magna a Montecitorio al cospetto entusiasta dell’attuale ministro Bondi. L’ipotesi è di un danno all’erario perché, se non di Michelangelo, quella cifra risulta enormemente di sproposito mentre, se l’opera fosse autografa, varrebbe tanti ma tanti milioni in più (un suo disegnuccio di un’Addolorata fu aggiudicato a € 10.200.000,00 in un’asta di Sotheby’s nel lontano 2001). Già Luciano Berti non volle codesto Crocefisso per la Casa Buonarroti, Mina Gregori ne sconsigliò l’acquisto alla Cassa di Risparmio di Firenze e Giovanna Melandri quando era Ministro lo ricusò (“non ci vidi chiaro e non comprai quel Cristo”): indi un coro di dinieghi ben argomentati da noti studiosi della materia. A questo punto urge una più plausibile identificazione dell’autore, onde bloccare l’insensato dispendio, e una soluzione si potrebbe trovare quasi dietro l’angolo (cioè a due passi dal Teatro del Sale). Infatti nella parete sinistra della chiesa di Sant’Ambrogio si trova lo squisito altarino intagliato da Leonardo del Tasso (1466-1500) con un suo San Sebastiano in legno policromo di pressoché uguale anatomia ed esecuzione; si tratta del deposito della famiglia del Tasso, dal primo ‘400 alla metà del ‘500, esponenti della più “alta tradizione di intaglio ligneo” fiorentino e d’altronde in rapporto col Michelangelo (vedasi l’eccezionale cornice del suo Tondo Doni agli Uffizi, di qualche anno posteriore, riferita a loro). Perché non prendere almeno in considerazione questo valido, anzi logico, candidato come l’artefice responsabile del manufatto invece di scomodare il nome del grande maestro?”.
"Su questa storia vogliamo vederci chiaro, abbiamo avviato un'istruttoria". La "storia" di cui parla Pasquale Iannantuono, procuratore generale della Corte dei conti del Lazio, è l'acquisizione da parte dello Stato del crocifisso di Michelangelo.
Si tratta di una scultura che negli ultimi tempi ha fatto molto parlare di sé, un Cristo di legno di tiglio attribuito nientemeno che al giovane Buonarroti. Un affare di 3,2 milioni di euro pagati a un antiquario torinese dal ministero dei Beni culturali per un'opera dalla paternità contestata, alta 41,3 centimetri per 39,7 di larghezza, realizzata - stando agli esperti - intorno all'anno 1495. Dopo i trionfi dei mesi scorsi - la scultura a dicembre è stata presentata a papa Benedetto XVI e, successivamente, esposta alla Camera dei deputati e portata in giro per l'Italia - ora la magistratura contabile "vuol vederci chiaro su tutta l'operazione", come spiega Innantuono, il quale ha aperto un fascicolo e affidato l'istruttoria sul caso a uno dei suoi sostituti, Salvatore Sfregola, vice procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio.
Un passo nato, evidentemente, dalle polemiche esplose intorno all'acquisizione e rimbalzate nei giorni scorsi anche sul New York Times. Chi, invece, non ha mai avuto incertezze è l'attuale ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, convinto sostenitore dell'acquisto dell'opera, che dopo la presentazione ufficiale del 12 dicembre scorso nell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, a Roma, è stata esposta anche a Trapani, Palermo e Milano. In questi giorni è a Napoli. Entro luglio dovrebbe prendere definitivamente posto al museo del Bargello, a Firenze.
Dovrebbe, perché ad oggi, come spiega la direttrice Beatrice Paolozzi Strozzi, "non ho ancora avuto nessuna comunicazione ufficiale, né del suo arrivo, né che sia questa la sua sede definitiva". Una dichiarazione che, dopo il clamore che ha accompagnato la presentazione ufficiale dell'opera, risuona di una singolare freddezza. Così come il no comment sull'attribuzione: "È di sicuro un'opera di buona qualità", dice Paolozzi Strozzi, "che arricchirà il museo. Ma per il resto, non sono una michelangiolista e non mi pronuncio".
E il crocifisso come verrà presentato al pubblico: come opera "di Michelangelo", o soltanto "attribuita a"?: "Lo concorderemo col Polo Museale" risponde Paolozzi Strozzi. Ovvero con la soprintendente Cristina Acidini, grande sponsor, insieme al direttore dei Musei vaticani Antonio Paolucci, della scultura e della sua attribuzione michelangiolesca. Che invece assicura: il Cristo "andrà al Bargello, non appena sarà pronto l'allestimento adatto".
Ma il mondo dell'arte fiorentino è diffidente. A partire da Paola Barocchi, fra i massimi studiosi di Michelangelo, per la quale si tratta di "un'opera seriale", e da Mina Gregori, la grande storica dell'arte che riuscì a far rifiutare l'acquisto del crocifisso alla Cassa di Risparmio di Firenze, la prima a cui l'antiquario torinese lo aveva offerto ("Se lo Stato non ha finito di pagarlo, valuti se non sia il caso di restituirlo"). "Stupito" dell'acquisto si è detto anche il direttore del prestigioso Kunsthistorisches Institut di Firenze Alessandro Nova; mentre "interrogativi" arrivano pure dallo storico Massimo Ferretti, in un primo momento fra i sostenitori dell'attribuzione a Michelangelo del Cristo tanto amato dal ministro Bondi".”
I discorsi non fanno una grinza, del resto l’analisi su un manufatto di questa importanza, prima di una così importante attribuzione e visto lo stato degli studi michelangioleschi, dovrebbe essere molto maggiore, anche se al giorno d’oggi ricerche specifiche e contraddittori scarseggiano. Che si tratti della solita speculazione? Un breve saggio, molto interessante, a favore dell’attribuzione lo trovate in questo link; il confronto stilistico ed anatomico, infatti, risulta essere abbastanza convincente. Testo.
Riguardo notizie su Leonardo del Tasso, invece, rimando a questo articolo. Testo. (Per ricerche più approfondite consiglio invece il catalogo elettronico dell’Hertziana alla voce “Michelangelo-crocifisso”).
Inserisco qualche immagine per un superficiale confronto che non pretende di essere scientifico; la vicinanza stilistica però tra una testa del Tondo Doni e il volto del Cristo appare suggestiva. Chissà cosa avrebbe pensato il grande Federico Zeri? "Se non è Michelangelo è Dio"; (vedi il nuovo post con aggiornamenti)
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Confronto col crocefisso della sagrestia di Santo Spirito.
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Altre Crocefissioni del Michelangelo pittore.
michelangelo-crocefissione disegno Copia desde la Crucifixion dibujada hacia 1540 por Miguel Angel Buonarroti para Vittoria Colonna
Marcello venusti-crocefissione dal disegno di michelangelo bonasone-crocifissione da michelangelo
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Le sculture certe di Michelangelo: link

Aggiornamenti

E' proprio di questi giorni la risposta della corte dei conti sull'autenticità del crocefisso in relazione al suo prezzo d'acquisto. Aggiungo quindi l'intervento di Tomaso Montanari a riguardo.

CECCHI INCHIODATO. Il crocifisso-patacca pagato a peso d’oro: la Corte dei Conti manda il sottosegretario a processo 
di Tomaso Montanari e Malcom Pagani
“Il Fatto Quotidiano”, 18 feb. 2012

Secondo Roberto Cecchi, cattoarchitetto dalle trame celesti, mancato ministro e infine sottosegretario senza deleghe ai Beni culturali del governo Monti, il presunto cristo ligneo di Michelangelo, fatto acquistare su sua pressante insistenza allo Stato per la cifra di 3.250.000 euro nel 2008, è una scultura che “può essere facilmente trasportata, senza dare tutti quei problemi di conservazione che altre opere pongono”. 

La Corte dei conti gli ha dato ragione, trasferendo i quaranta centimetri del crocifisso dai depositi del Polo museale fiorentino alle aule di tribunale e rinviando a giudizio Cecchi ed altre quattro persone per “danno erariale”. 

Secondo molti studiosi il Cristo altro non era che un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro. Cecchi si batté per farlo comprare al Mibac (la proposta venne accettata a sole 24 ore dall’offerta) e oggi si ritrova nei guai per un’opera che rischia di rivelarsi una crosta pagata circa 150 volte il suo reale valore. 

Ancora una volta il professor Roberto Cecchi è oggetto di attenzioni e approfondimenti non esattamente accademici. E la sua posizione nell’esecutivo tecnico, foriera di imbarazzi non cattedratici. Dopo gli scivoloni di Bondi e Galan, altre ombre, non solo economiche sull’istituzione. Dicono che ieri sera il ministro Ornaghi fosse furibondo per l’ennesimo non commendevole faro acceso sul suo collaboratore. Che attendesse un gesto di buona volontà o una mossa di Cecchi che - giura chi lo conosce - non verrà né oggi né domani. Niente dimissioni per Cecchi (neanche se consigliato in tal senso) perché fanno sapere dal ministero: “somiglierebbero a un’ammissione di colpa”. 

La parola per Cecchi è eretica e le stanze del collegio romano non somigliano per nulla a quelle inflessibili della Germania. Dopo l’apertura di un fascicolo in Procura a Roma sulle curiose modalità di cessione del restauro del Colosseo a Diego Della Valle, la scoperta di una serie di lettere firmate nel 2006 (quando era direttore generale dei beni architettonici e paesaggistici) volte a far ottenere al suo editore Armando Verdiglione denaro dal Mibac per il restauro di Villa San Carlo Borromeo e una sofferta archiviazione con proscioglimento per abuso d’ufficio su un vincolo fatto togliere a un mobile settecentesco, Cecchi è ancora in piedi. 

Trasversalmente appoggiato dal Pd e dal Terzo Polo, ben visto dal Quirinale (ottimi rapporti con Carandini) Cecchi in queste ore riflette. In attesa che la Corte dei Conti proceda, essere eucaristici sul Cristo ligneo di Michelangelo è affare complicato. Il sottosegretario Cecchi non si limitò infatti a firmare le carte. Pretese, ottenne e interpretò la parte del prim’attore. Fu lui a imprimere la svolta decisiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata e ancora lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso. Cecchi difese con vigore l’acquisto, firmando un aggressivo memoriale di risposta all’interrogazione che un anno più tardi portò in Parlamento una polemica a tinte grottesche che già divampava sui giornali di tutto il mondo. 

La Corte dei Conti si è concentrata sulla valutazione che Cecchi dette alla perizia del venditore (la definì oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (incomprensibilmente sdoganato come attendibile e autorevole da un passivo Comitato tecnico scientifico). Senza che l’attuale sottosegretario pensasse a coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente. 

Nell’operazione, tra buchi e omissioni, i misteri del caso. 

Cecchi non riuscì a farsi dire da dove venisse davvero l’opera (finendo così per girare al pubblico del Tg1 l’ipotesi della “derivazione fiorentina”: mentre il Cristo proveniva dagli Stati Uniti, dove era stato acquistato per diecimila euro). Inoltre non si preoccupò di indagare sul perché l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse saggiamente rinunciato all’acquisto pochi mesi prima e permise che a certificare il prezzo fosse Cristina Acidini, la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. 

Soprattutto, non si chiese Cecchi, perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale (18 milioni) posta all’allora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato. 

Oggi, in luogo di un artista, ad essere crocifisso è Cecchi e la sua idea di un ‘Michelangelo portatile’ adatto all’industria delle mostre commerciali che promuovono soprattutto chi le organizza. Cecchi, Il supertecnico che intervistato dal Corsera qualche giorno fa ha dichiarato di considerare suo nemico mortale Italia Nostra, la principale associazione per la difesa del patrimonio e del paesaggio italiani, della macchina delle mostre blockbuster è spassionato sostenitore. Non è detto che tra qualche mese, da privato cittadino, non possa promuoverne a pieno titolo.


E aggiungo questa breve rassegna stampa partendo dal blog nonleggerlo.blogspot che ha riunito le dichiarazioni di quel dicembre 2008. Tra l'eccitazione generale per l'affarone appena concluso, ecco che si diceva del "capolavoro di Michelangelo" (link).


Acidini, attendo di conoscere addebiti su crocifisso Michelangelo (adnkronos)

Caso del Crocifisso, Bondi difende l'acquisto (corriere.it)

Bondi: ''Giusto l'acquisto del crocifisso attribuito a Michelangelo'' (adnkronos)

Dubbi sul Crocifisso attribuito a MichelangeloChiesti i danni per l'acquisto (corriere)

Il Crocifisso senza museopolemiche e misteri (repubblica)

domenica 5 luglio 2009

Una birra nella Natura morta

Cosa c’è di meglio di una bella birra fresca e naturale? Questa natura morta mi ha sempre colpito pensando a quanto doveva essere buono il boccale con quella birra olandese artigianale prodotta senza aggiunte chimiche. L’opera è di Pieter Claesz (1580-1657) artista olandese allievo di Rubens. Naturalmente, oltre a colmare lo sguardo, questa natura morta, come anche molte altre, è piena di metafore: in questo senso l’opera sarebbe un rimando all’eucarestia per la presenza del pane e del vino (sostituito in questo dalla birra, bevanda tipica delle zone nordiche) e del pesce, importante simbolo cristologico (la parola pesce tradotta al singolare in lingua greca è YCHTHUS ed è stata adottata dai cristiani perseguitati nei primi secoli come acrostico che rappresentava Cristo Gesù. Questo perché in questa parola si trovano le iniziali di Yesus Christos Theou Uios Soter, cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).

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Berlusconi the Magnificent e la mostra per il G8 dell'Aquila

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Se per dare lustro al G8 della Maddalena volevano trasportarvi, come mute veline, nientemeno che i Bronzi di Riace, per il G8 dell’Aquila si è allestito addirittura un museo ad uso e consumo delle delegazioni del vertice.

In un piano della caserma di Coppito, così, selezionati da non si sa quale illustre soprintendente, fanno bella mostra un Codice di Leonardo da Vinci, la statua del Guerriero di Capestrano (una scultura in pietra calcarea del VI secolo a.C. rinvenuta in una necropoli dell'antica città di Aufinum-Ofena), un violino del 1566 di Andrea Amati, lo spartito originale della Tosca di Giacomo Puccini, l’originale della vita di san Francesco scritto da Bonaventura, il telescopio di Galileo, altre opere provenienti dai musei distrutti dell’Aquila e l’immancabile statua di Cascella, scultore tanto amato dal Presidente per il quale costruì il famoso mausoleo “massonico” ad Arcore. C’è anche una Fiat 500 nell’ultima sala.

Intitolata "L’arte del saper fare bene italiano" (The Art of Italian Expertise), la mostra è promossa dal Ministero del Turismo, dalla Presidenza del Consiglio (dipartimento della Protezione Civile) e dalla Regione Abruzzo. La curatela è di Alessandro Nicosia.

Dopo lo 'shopping' su incarico del Presidente del Consiglio nei musei e collezioni del paese, il 'Museo Italia', in mezzo alle baracche di Bertolaso ed ai musei veri in macerie, dimostra una volta di più il completo disinteresse dei nostri politici per i beni culturali, trattati come merce di prestigio da vetrina, scelti per pura esposizione in base non a rigorose scelte scientifiche ma alla pura mercificazione dell’artefatto in virtù del suo valore intrinseco, presentati in uno squallido piano di una caserma, per pura demagogia, senza un chiaro percorso museografico e degradati a bassa merce di scambio in virtù di una supposta grandezza culturale da parte di persone che in realtà hanno dimostrato largamente il loro disinteresse verso il nostro patrimonio, con taglio di fondi e con la scelta di dirigenti lontanissimi da un’ottica di tutela e valorizzazione.

Ricordo, a tale proposito, di quando Botticelli fu al servizio del fascismo per la celebre mostra “Italian art 1200-1900” allestita a Londra nel 1930. Degli oltre 600 dipinti esposti per l’occasione, ben più della metà erano stati prestati da collezioni italiane pubbliche e private, spesso con la pressione dello stesso Duce il quale, con tale mostra, chiaramente politica, voleva promuovere il fascismo e l’italianità e mettere in buona luce il nuovo regime presso gli inglesi. Lui stesso si presentava agli inglesi come il nuovo Lorenzo il Magnifico, così magnanimo da permettere la partenza di tante e prestigiose opere. Lo svolgimento della mostra, infatti, coincise con l’apoteosi della popolarità, addirittura dell’adulazione, che il duce riscosse in quel Paese. Naturalmente non si pensò alla sicurezza delle opere: durante il trasporto in Inghilterra su una nave italiana, il Leonardo da Vinci, infatti, si scatenò una terribile tempesta che rischiò di inabissarla con tutto il suo carico. Per comprendere la gravità dell’evento elencherò qualcuno dei capolavori inviati per l’evento: Amor sacro e Amor profano di Tiziano, la Nascita di Venere del Botticelli, la Tempesta del Giorgione, il Dittico di Montefeltro di Piero della Francesca, il David di Donatello, la Crocifissione di Masaccio, le Cortigiane di Carpaccio, qualche Tiziano e qualche Caravaggio, allora ancora poco apprezzato.

Riguardo la sicurezza non posso inoltre non fare un paragone con oggi in quanto lo sciame sismico non sembra ancora essersi placato e la caserma, per quanto resistente, non mi sembra in grado di garantire la perfetta sicurezza per le opere. Solo immaginare un codice di Leonardo li dentro, oltre a farmi una profonda tristezza, non può che crearemi apprensione.

Dopo così il celebre logo inventato dalla Brambilla, Magic Italy, che più che rimandare alle bellezze del nostro paese sembra il marchio di qualche telepromozione, come di quelle che si vedono sui canali Mediaset, ambientate in false e asettiche scenografie, ecco una mostra di italianità che della telepromozione condivide molto. Ma del resto è l’idea del nostro presidente per il quale le opere sono ambasciatori privilegiati del paese e si possono inviare di qua e di là, come merce e senza le opportune norme di sicurezza, oppure sistemare nelle proprie dimore (come il caso delle quattro statue romane, da trasferire dal Museo delle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi).

I vezzi napoleonici del Premier (leggi l’articolo).

Inoltre questo dispendio di risorse per una mostra assurda, senza criteri, appare ancora più spiazzante se si pensa agli enormi tagli attuati per il ministero dei Beni culturali, che mettono in ginocchio le nostre istituzioni e il nostro patrimonio. E’ proprio di questi giorni infatti l’assurda proposta di Buttiglione, ex ministro del MiBac, di vendere i musei, chiavi in mano, ad enti stranieri.

Articoli:

Repubblica

Corriere della sera

Questa situazione denunciata dai due autorevoli esponenti dei Beni Culturali è anche l‘effetto del trend negativo sul turismo culturale in Italia, iniziato dal 2007: il Touring Club Italiano ha pubblicato il Dossier Musei (2009).

http://static.touring.it/store_pub/document/19_file.pdf

http://www.touring.it/dossiermusei2009

L’allarme di Mario Resca

La musica di Caravaggio

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Nell'autunno del 1595 Caravaggio, ormai a Roma da tre anni, entra al servizio del Cardinale Francesco Maria Del Monte, e fissa la sua nuova casa in Palazzo Madama. All'interno del palazzo, oltre alle numerose stanze per gli ospiti e ai saloni di rappresentanza, il cardinale Del Monte aveva fatto costruire un salone per la musica che ospitava una parte consistente della sua importante raccolta di libri di musica e di strumenti musicali oltre ad alcuni dipinti. Non si conosce con esattezza quali opere fossero già presenti all'arrivo di Caravaggio, ma, cosa tipica per l'epoca, tutta la collezione doveva essere incentrata sul Cinquecento e sull'antichità classica. Palazzo Madama, oggi sede del Senato, offriva a Caravaggio non soltanto la possibilità di accedere a così importanti collezioni d'arte e scienze, ma anche un ambiente ricco di stimoli intellettuali e personaggi interessanti: è infatti il principale biografo nonché peggior nemico di Caravaggio, il pittore Giovanni Baglione, ad alludere al sollievo di Caravaggio nell'aver ottenuto una sistemazione sicura a Palazzo Madama, e al piacere col quale dipinse per il cardinale "una musica di alcuni giovani ritratti al naturale, assai bene". Questo dipinto (il Concerto di giovani) oggi conservato al Metropolitan di New York, è il primo lavoro espressamente eseguito per il cardinale, ed il primo che dimostra una familiarità del pittore con il ricco ambiente musicale della Roma di fine secolo. In quel periodo l'Italia, e soprattutto Roma, era un centro di vita musicale che attirava da tutta Europa compositori e virtuosi, un luogo dove chiese, collegi e seminari offrivano ampie possibilità d'impiego, mentre i visitatori erano sbalorditi di fronte all'abbondanza di occasioni di sentire musica. Nell'ambiente aristocratico il talento musicale era tenuto in alta considerazione, ed in questa cultura il cardinale Del Monte aveva un ruolo di primo piano: tanto lui quanto Ferdinando de' Medici erano musicofili appassionati, in contatto con i migliori compositori ed esecutori del tempo, e questa passione era condivisa dal cardinale Pietro Aldrobrandini, nipote del papa e dal cardinale Alessandro Montalto. Il cardinale Del Monte, oltre ad essere un suonatore di chitarra dilettante, possedeva una collezione di strumenti musicali, esposti nella sua stanza della musica: furono certamente questi strumenti quelli utilizzati come modello da Caravaggio per il Concerto di giovani.

La grande precisione con cui Caravaggio dipinge gli strumenti musicali e i fogli di musica ci permette di identificare alcuni dei brani copiati nei due quadri appartenuti al cardinale Del Monte: nel Concerto di giovani, nonostante il cattivo stato di conservazione che rende difficilmente leggibile la partitura, è stato possibile individuare un madrigale di Jacques Arcadelt (1505-1568), compositore fiammingo che dal 1539 fu attivo a Roma, prima presso la Cappella Giulia, poi come maestro della Cappella Sistina. Altri quattro madrigali di Arcadelt sono chiaramente dipinti nel ritratto di liutista fatto per Vincenzo Giustiniani, mentre nella copia di Del Monte appaiono due madrigali stampati nel medesimo libro primo di Arcadelt, ma di due autori a lui
contemporanei: il fiammingo Jaques de Berchem e il fiorentino Francesco de Layolle, organista e compositore, che fu, tra le altre cose, maestro di musica di Benvenuto Cellini.

Poi Caravaggio, forse stanco di vivere alle dipendenze di monsignori e cardinali, affitta una casa tutta per se' . E' in vicolo del Divino Amore, un tempo dei Santi Cecilia e Biagio. Per quell' appartamento al civico 22 (primo e secondo piano), l' artista paga alla proprietaria Prudenzia Bruni, ben 40 scudi. Un affitto salato, considerando che il canone medio si aggirava intorno ai 20 scudi l'anno. Ed è proprio la proprietaria, denunciando il mancato pagamento, a sfrattare Caravaggio e a fare l' inventario dei suoi beni: dentro un baule di cuoio nero, ci sono un paio di pantaloni e un giubbotto stracciati, una chitarra, un violino, due specchi, dei libri, un pugnale e un paio di orecchini. Tutti oggetti che si ritrovano nei suoi quadri. Gli strumenti musicali, inoltre, rivelano come il pittore si dilettasse personalmente anche nella musica, suonando forse per se stesso non proprio quella ricercata ed erudita della corte papale ma quella più popolare in voga a Roma nel periodo e che risentiva di influssi spagnoli: ricercari, passacaglie, follie, ecc.

E’ interessante conoscere il clima musicale nel quale si muoveva l’artista per immaginarsi il suo tempo travagliato e contestualizzare allo stesso tempo i dipinti; come sarebbe assurdo osservare un quadro del pittore in piena luce radente, così sarebbe forviante accostare ai suoi quadri suoni diversi da questi.

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Segnalo due cd in particolare.

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Il primo si intitola Lachrimae Caravaggio realizzato da Le Concert des Nations, Hesperion XXI, sotto la direzione del grande Jordi Savall; il lavoro, pur non essendo una ripresa filologica dei brani dell’epoca, attraverso una sorta di suite rielaborata a partire da brani autentici, rievoca i suoni pieni di tormento e malinconia propri del periodo. Si basa su sette Statio, che rimandano ai soggiorni dell’artista e alle sue opere più importanti; più che partiture sono suoni pittorici, ricchi di sfumature e di improvvisazioni, come se fossero eseguiti sull’istante; gli strumenti sono i più vari ma in prevalenza si è usato il liuto e il violoncello. Ascoltandoli, provate a chiudere gli occhi e ad immaginare il pittore, a lume di candela, strimpellare nella sua casa, tra i malfamati vicoli del centro di Roma, tristi e silenziose melodie.

Il CD

Il CD con la possibilità di ascoltare i primi 30 secondi di ogni pezzo

Il secondo cd, invece, si intitola Il liuto di Caravaggio (Lute music in Rome at the time of Caravaggio) ed è eseguito da Diego Cantalupi. In questo caso i brani in scaletta sono tutti originali e si riferiscono ad artisti realmente attivi a Roma nel periodo in cui anche il pittore vi risiedeva; brani quindi che ebbe modo sicuramente di ascoltare nei palazzi nobiliari o tra le strade. Tra i nomi dei musicisti figurano Vincenzo Galilei, Laurencini, Francesco da Milano, Girolamo Kapsberger e molti altri. Da ascoltare per entrare nel clima musicale dell’epoca.

Il CD

Da questo bellissimo sito, che riporta quasi tutta l’opera completa del Caravaggio, potete inoltre ascoltare direttamente le composizioni presenti negli spartiti dipinti nelle sue tele e leggerne i testi. Basta entrare, andare su Percorsi e poi su Caravaggio e la musica.

Il SITO

Buon Ascolto

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sabato 4 luglio 2009

L’Abruzzese barbuta del Ribera

Una delle più curiose opere dell’arte spagnola fu realizzata da Josè de Ribera nel 1631 probabilmente quando il pittore risiedeva a Napoli: è il famoso ritratto di Maddalena Ventura con suo marito e suo figlio, meglio conosciuto come la mujer barbuda.

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Un singolare documento è stato di recente portato alla luce da G. de Vito per l'esecuzione di questo dipinto, che fu commissionato dal viceré D. Fernando Afan de Ribera y Enríquez, terzo Duca di Alcalà. Nella sua corrispondenza, l'ambasciatore a Venezia riporta di una visita al pittore in data 11 febbraio 1631: «Nelle stanze del Re V. Stava un pittore famosisimo faccendo un ritratto di una donna Abbruzzese maritata e madre di molti figli, la quale ha la faccia totalmente virile, con piu di un palmo di barba nera Bellisima, ed il petto tutto Peloso, si prese gusto su Eccellenzza di farmela veder, como cosa maravigliosa, et racconto è veramente ».

La maestria dell'artista riesce a trasformare questo anomalo e quasi ripugnante "caso clinico" in una splendida opera d'arte giocando sulla suggestione misteriosa dell’immagine e sulla psicologia dei personaggi: il dramma della donna virile e l’amara rassegnazione del marito sono espressi con commovente intensità. Lo stile invece è prettamente caravaggesco: un fitto, drammatico buio da cui emergono una serie di elementi significativi di stupefacente intensità, sottolineato dalla luce forte e tagliente con una pennellata che modella le forme e suggerisce matericità degli elementi.

Sulla destra una sorta di splendida natura morta sopra al blocco con l’iscrizione: il mandarino è attributo femminile che allude ai lavori domestici, forse una conchiglia, simbolo di ermafroditismo, e una bobina di lana messa per indicare il carattere femminile del personaggio, pur smentito dalla sua fisionomia esterna; al naturalismo scientifico, quindi, si legherebbe un più profondo significato simbolico.

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Dell’opera risultano diverse copie, tra le quali un disegno del Goya; riguardo invece la mascolinità della donna volevo sottolineare un altro dipinto, conservato attualmente presso la Galleria Spada di Roma, e che raffigura la marchesa Maria Veralli con la famiglia; anche in questo caso la moglie tutto sembra fuorché una bella donna.

brigidabarbuda Ritratto marchesa maria veralli e famiglia-galleria spada

La cappella Paolina restaurata e l’ultimo Michelangelo

Se è così difficile arrivare a comprendere attraverso l’arte, in una vita, i misteri e le verità dell’uomo che pure, rispetto alla Natura, è piccola cosa, l’impresa di entrare nel cuore della Natura e nei segreti delle sue leggi è un’utopia. Questo deve aver pensato Michelangelo nell’accingersi a dipingere l’ultima e più struggente opera pittorica: la cappella Paolina.

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La cappella, costruita da Antonio da Sangallo nel 1537, cuore dei palazzi vaticani e chiesa privata dei pontefici, fu affrescata dal 1542 al 1550 dal sommo pittore che vi riprodusse la Conversione di san Paolo e la Crocifissione di San Pietro, i due pilastri della Santa Romana Chiesa, portando alle estreme conseguenze le implicazioni già contenute nel Giudizio. Se la volta sistina è immagine positiva e gloriosa, il Giudizio, tanto criticato, è l’assoluta mancanza di Storia nel terribile evento della fine dei tempi. Ancor di più quindi nei due affreschi lo spazio è senza Storia e il paesaggio è annichilito dall’agire del divino mentre nei vuoti cieli solo la Grazia illumina. Qui non sono rappresentati eventi ma meditazioni: lo spazio è senza storia, sono eliminati vegetazione e dettagli, edifici e ogni riferimento al tempo umano. Restano solo le tensioni possibili fra le figure, gesti sospesi di un teatro drammatico senza tempo

Per Paolucci i due affreschi sono una "specie di testamento spirituale, improntato a una vasta mestizia, a un profondo pessimismo". I colori, la "saldezza plastica delle figure sono ancora quelle del 'Giudizio', ma ancora più forti appaiono la tensione drammatica e l'oltranza espressionistica". Paolucci ha l'impressione che il "mistero della Grazia, misteriosamente offerta ad una umanità immeritevole angosci l'anima dell'artista".

Il momento in cui Michelangelo dipinge i due affreschi è quello della scomparsa di due amici e protettori, Luigi del Riccio nel 1546 e la poetessa Vittoria Colonna nel 1547. La Colonna era legata a una riflessione sulla Grazia come luce e quindi, attraverso Sant' Agostino, al neoplatonismo, professando una religiosità cristiana improntata a un dialogo diretto col divino, come qui appunto appare nei freschi di Paolo e di Pietro. Michelangelo aderiva a questo gruppo di intellettuali ma percepiva anche la propria inadeguatezza, il peccato, la debolezza della carne in un profondo pessimismo. Basta rileggere qualche riga amarissima di un componimento dell' artista scritto nel 1546: dopo aver descritto il decadimento del proprio corpo Michelangelo conclude: «L' arte pregiata, ov' alcun tempo fui/ di tant' opinion, mi rec' a questo,/ povero e vecchio e servo in forz' altrui,/ ch' i son disfatto, s' i non muoio presto». Ebbene, la figura alla estrema destra della Crocifissione di Pietro, quel personaggio fuori scena, probabilmente è proprio Michelangelo che medita sulla fine; si tratterebbe così dei un suo autoritratto confermato dal recente restauro che ha scoperto come questo volto fosse incredibilmente più delineato degli altri generici.

michelangelo-670

Lo splendido restauro ha restituito inoltre la bellezza dei colori, che sono poi quelli dei quattro elementi intrisi di simbologia cosmica, ma sono anche i colori del Pontormo, nel loro acceso carico di timbri cromatici, colori che danno enorme profondità pur senza un accenno di prospettiva e senza un’articolazione del paesaggio.

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Del resto un altro immenso pittore, nel seicento, anche lui ossessionato dalla figura umana, dalle implicazioni immense sottese alla sua rappresentazione, e quindi non interessato, o impossibilitato, alla raffigurazione della Natura, al paesaggio sostituirà un buio rivelatore, un’assoluta oscurità dove la Grazia del divino risplende con una drammaticità mai raffigurata fino ad allora. Questi è il Caravaggio e le due opere, dello stesso soggetto, furono realizzate per la cappella Cerasi a santa Maria del Popolo.

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venerdì 3 luglio 2009

Il Michelangelo del futuro

sogno

Ho trovato questo breve post scritto da Antonio Paolucci, insigne storico dell’arte, soprintendente del polo museale fiorentino e attualmente direttore dei musei vaticani il quale, nell’odierno caos dell’arte contemporanea, getta una luce di ottimismo che condivido; vi riporto il passo:

“Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente” recita una massima sapienziale, cara alla nostra giovinezza, tratta dal “Libretto rosso” del Presidente Mao.
L’arte contemporanea sta sotto il segno del grande e forse provvidenziale, disordine. I linguaggi espressivi e addirittura gli alfabeti che li sostengono, si sono dissolti. Non c’è più uno stile egemone, non c’è più una cultura figurativa di riferimento, non ci sono più centri o Maestri riconosciuti. Chiunque voglia fare arte oggi può scegliere quello che intende essere: figurativo o astratto, citazionista o minimalista, può fare istallazioni o provocazioni, coltivare la nostalgia o l’orrore, la paura o il disincanto. L’unica cosa che conta è il mercato che assorbe tutto, metabolizza tutto e tutto consuma.
Forse le forme dell’arte contemporanea sono destinate a vivere quanto la contemporaneità. Forse sono contemporanee perché non diventeranno mai antiche.
Personalmente penso che la Babele dei linguaggi, il caos e la contaminazione degli alfabeti espressivi, rappresentino, oggi, un momento di passaggio. Il grande disordine attuale è destinato a creare le necessarie premesse per la nascita di un linguaggio nuovo, finalmente unificato. Dove nascerà, chi lo fonderà, non lo sappiamo.
Viste in questa prospettiva le forme dell’arte contemporanea servono a preparare la strada al Michelangelo del XXI o del XXII secolo. Dalla loro contaminazione, dalla loro macerazione e dal loro impasto, nascerà l’arte nuova. In questo senso e in una visione ottimistica della storia, possiamo dire che “la situazione è eccellente”.

http://www.civita.it/il_nostro_blog/2009/giugno/arte_contemporanea_e_nuova_arte

Immagine: Michelangelo-Il sogno della vita umana (disegno).

mercoledì 1 luglio 2009

Cattedrale nel deserto

 

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Notredame_de_la_paix Basilica of Our Lady of Peace of Yamoussoukro 7

Non fatevi ingannare; non è un fotomontaggio e non è avvenuta una catastrofe nucleare che ha spazzato via la città di Roma risparmiando il suo Cuppolone, si tratta della Basilica di Notre Dame de la Paix di Yamoussoukro, capitale amministrativa della Costa d’Avorio.

Voluta dal suo primo presidente Félix Houphouët-Boigny, e ideata dall'architetto Pierre Fakhoury, si ispira chiaramente al modello michelangiolesco, probabilmente ancor più dell’originale basilica di san Pietro, per la cui costruzione si alternarono molti altri architetti, dal Bramante, al Maderno, al Bernini per il noto colonnato; la basilica di Michelangelo, che riprendeva i modelli del Bramante, infatti, era prevista a pianta centrale secondo un canone molto studiato nel Rinascimento, come dimostra anche il celebre schizzo di Leonardo.

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Detto questo nulla giustifica la costruzione di questa vera e propria cattedrale nel deserto nel cuore della foresta africana con una totale mancanza di grazia, un disinteresse evidente per l’integrazione nel complesso urbanistico della città e un endemico amore per il kitch; anche se il Guinness dei primati la considera la chiesa più grande del mondo, coi suoi 30.000 m² di superficie; è infatti più alta (158 m, altezza misurata con la croce posta sulla cupola, contro 133), più lunga e più larga del suo modello romano, di certo non si contraddistingue per la sua bellezza ed armonia col contesto, elemento fondamentale per la riuscita di ogni buona architettura. Un anacronismo vero e proprio nel cuore dell’Africa, un gigantismo fine a se stesso e una costruzione che offende profondamente tutti quei secoli di storia che hanno reso la basilica di San Pietro un capolavoro dell’arte occidentale. A voi comunque il giudizio.

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