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martedì 27 maggio 2014

Foto libere nei musei statali


Nel nuovo Decreto cultura sono presenti novità per il mondo della fotografia e della tecnologia in genere. Le nuove "disposizioni urgenti" sono state firmate dal Consiglio dei Ministri lo scorso 22 maggio, e includono la possibilità di effettuare liberamente foto all'interno dei musei con qualsiasi dispositivo elettronico.

Si tratta di novità fortemente volute dai luoghi della cultura e dell'arte italiana, nel tentativo di dissipare le difficoltà dei controlli, divenute progressivamente crescenti con il diffondersi di smartphone e tablet. Le nuove direttive escludono le normative in fatto di legislazione dei beni culturali in vigore fino a ieri, fra cui il divieto di scattare foto all'interno dei luoghi dell'arte.

Le nuove regole del Decreto hanno l'obiettivo di promuovere la "libera manifestazione del pensiero o espressione creativa" o la "conoscenza del patrimonio culturale". Gli scatti effettuati all'interno dei musei possono essere utilizzate, inoltre, per finalità di studio e per ricerca, ma in tutti i casi senza alcuno scopo di lucro.

Viene naturalmente vietato l'uso di qualsiasi tipo di flash o fonte di illuminazione artificiale durante lo scatto, così come qualsiasi strumentazione che richiede il contatto fisico con l'opera d'arte. Vietati anche l'uso di stativi e treppiedi.

Di seguito riportiamo il testo del decreto relativo alla "Semplificazione beni culturali, foto libere nei musei":

"Sono libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:
1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi;
2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.”


Il testo completo

DISPOSIZIONI URGENTI PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO CULTURALE, LO SVILUPPO DELLA CULTURA E IL RILANCIO DEL TURISMO

mercoledì 9 gennaio 2013

Il Museo dalle Muse all'ostentazione

Musei capitolini
Nella post-modernità il museo appare concepito come un'opera d'arte, nella sua pretesa di essere oggetto artistico che espone se stesso. Gli oggetti sembrano avere un ruolo di secondo piano rispetto all'architettura che viene esibita, glorificata e magnificata dall'archistar che sembra porsi come nuovo profeta del proprio tempo. Ce ne parla questo interessante articolo di Andrea dell'Asta

Il Museo è sempre stato un luogo destinato ad accogliere la memoria di un popolo, di una civiltà. La sua storia è lunga e complessa. Occorre infatti risalire ai tempi dell'antica Grecia, in cui il termine mouseion designava la casa delle Muse, figlie di Zeus, protettrici delle arti e delle scienze, e di Mnemosine, dea della memoria. Ilmouseion è dunque da un lato strettamente legato al divino, è olimpico, e dall'altro, in un processo di anamnesi, ha la funzione di ricollegarci a ciò che sta all'origine del tutto, riconducendoci alla verità delle cose. Dal punto di vista architettonico, il mouseion è il tempio dedicato alle Muse e sarà chiamato con questo nome l'edificio costruito ad Alessandria d'Egitto nel III secolo a.C., celebre per la sua biblioteca, splendido spazio che accoglie il sapere del tempo, in cui l'uomo cerca di compiere una sintesi di tutte le sue ricerche. 
Da lì a luogo di raccolta di oggetti di particolare valore o interesse il passo è breve. Se in epoca romana nel museo si esponevano i bottini di guerra e i trofei, come le statue trafugate dalla Grecia, nel Rinascimento, il museo diventa luogo di conservazione e di contemplazione, spazio delle Wunderkammer, delle gallerie e dei gabinetti dei prìncipi. Nasce così il primo museo, quello capitolino a Roma
nel 1471, da una donazione di papa Sisto IV alla città e ordinato nel 1733 sotto il pontificato di Clemente XII. 
Il museo rinascimentale anticipa il museo moderno. Pensiamo agli Uffizi di Firenze, progettati come uffici, poi destinati ad accogliere la collezione medicea. Il Signore della città può esprimere i segni del proprio prestigio, che diventa in seguito gloria della stessa città fiorentina. Da strumento di recupero della memoria storica o di classificazione enciclopedica del creato, il museo diventa lentamente uno straordinario strumento di ostentazione del prestigio politico, economico e culturale di un popolo. 
Con l'epoca napoleonica, si raccolgono le maggiori opere d'arte appartenenti ai paesi di volta in volta occupati dai francesi, per diventare luogo di ricerca scientifica, ma anche luogo di conservazione e di tutela dei beni culturali e di educazione. Pensiamo al Louvre di Parigi o al British Museum di Londra… Il museo si fa sintesi di un passato universale, accogliendo le esperienze culturali di tutto il mondo. Acquisisce una funzione pubblica e sociale. Diventa "popolare", aperto a tutti. 
Nella post-modernità, il suo significato cambia radicalmente. Appare concepito come opera d'arte, nella sua pretesa di essere oggetto artistico che espone se stesso. Tuttavia, non sembra più in grado di accogliere la memoria di un popolo, di una fede, di una tradizione. Gli oggetti sembrano avere un ruolo di secondo piano rispetto all'architettura che viene esibita, glorificata e magnificata dall'archistar che sembra porsi come nuovo profeta del proprio tempo. Di fatto, che cosa vanno a vedere le migliaia di persone in coda per entrare in questo antro misterioso dalle forme così ardite e inconsuete? 
Il Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry o il Maxxi di Zaha Hadid di Roma sono solo due esempi di architetture che fanno emergere questa contraddizione. Mostrano se stessi, nella pretesa di porsi come centro dell'attenzione, piuttosto che presentarsi come spazi destinati ad accogliere, a conservare, a valorizzare. Spazi autoreferenziali destinati a eventi auto-celebrativi. Pensiamo al Maxxi. All'interno, prevalgono interminabili corridoi, lunghe pareti curve senza alcuna giustificazione espositiva. L'importante non sono le collezioni ospitate, ma l'architettura che le accoglie. Il museo rappresenta se stesso. È come se fosse messa in atto una dislessia simbolica. Il museo rischia di diventare un contenitore vuoto, un idolo, espressione di una civiltà fatua, priva di consistenza, perché non ha più "memorie" da trasmettere, valori da comunicare. Si auto-espone, ponendosi come costruzione gigantesca, al pari di una nuova torre di Babele, che garantisca la gloria al nome della città che l'ha ospitata, nel desiderio di apparire nelle guide turistiche. Diventa il segno di un valore svuotato. 
Se andando in qualche piccolo museo della Toscana siamo rapiti dall'orgoglio e dalla passione di chi ci accompagna nel "loro" minuscolo museo, queste nuove architetture si fanno invece impersonali, algide, nella loro spregiudicata arditezza. Certo, inducono una grande quantità di turisti a varcare questo "nuovo tempio" della cultura, quasi si trattasse di una nuova forma di religione, ma sono pensate per eventi verticali. 
Quale è allora il ruolo del museo contemporaneo? Quella di significare un mondo che non ha più nulla da comunicare, se non la predizione della fine annunciata di una… civiltà senza valori?

Maxxi

giovedì 30 giugno 2011

The Museum of Me e la fine della curatela

L'intel ha sviluppato un'applicazione per facebook che, partendo dalle immagini, contatti, video e messaggi presenti nel vostro account realizza una vera e propria esibizione delle vostre notizie. Si chiama The Museum of Me. Cose già fatte ma il bello del programma è l'ambientazione in un vero e proprio "museo del '900" come anche la linea curatoriale in accordo con le ultime tendenze (pareti bianche, luce diffusa o ambienti scuri, installazioni video, allestimento minimale). Una vera e propria esperienza che dura circa 3 minuti, il tempo di scorrere, col filmato, nelle varie sale del museo per osservare la vostra vita musealizzata. Quello che colpisce è la gradevolezza della mostra in quanto, ad un occhio attento, ripropone forme di allestimento già viste con i classici enormi ambienti asettici. Il problema del sistema dell'arte contemporanea, allora, è che siamo arrivati ad un tal punto di standardizzazione che una mostra può essere realizzata da algoritmi risultando verosimile e piacevole. Per non parlare del messaggio di fondo insito nell'applicazione, ovvero dell'esposizione di se stessi in quanto opere d'arte e con qualcosa di interessante da dire al di la di tutto. Non contano qui i 15 minuti di notorietà di Wahrol ma la vita come opera di Duchamp. Esibire tutto è un modo per non mostrare nulla e per eliminare i valori dal metro di giudizio. Il fatto che ognuno possa entrare in un museo, senza aver fatto nulla, è proprio il sistema che muove l'arte di oggi.

Interessante questa riflessione su ninjamarketing


giovedì 5 maggio 2011

Il miglior virtual tour di un museo

Il miglior virtual tour, senza ombra di dubbio, lo offre il museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, l'importante pinacoteca e centro culturale della capitale spagnola. Frutto della collezione del barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza vanta capolavori tra i quali Santa Caterina del Caravaggio, Ritratto di cavaliere del Carpaccio, Cristo dolente del Bramantino.




domenica 1 maggio 2011

L'Adobe Museum of Digital Media

Inaugurato il 6 ottobre 2010, l’Adobe Museum of Digital Media, è il museo online del colosso informatico che accoglie opere creative realizzate sui media digitali. Condividendo le finalità dei musei tradizionali - spiega la compagnia - AdobeMuseum.com esporrà opere appartenenti a diverse modalità di espressione artistica, dalle arti figurative alla cinematografia, dalle performance al design, all’architettura e ai social media.
I visitatori online possono interagire con i lavori attraverso una piattaforma digitale creata ad hoc. L’interazione è assicurata anche da un forum su Internet che si propone di stimolare, con l’aiuto di esperti, il dibattito sui media digitali e la loro influenza sulla cultura e la società.
Attualmente, di interessante in programma Valley di Tony Oursler.
Un Museo a tutti gli effetti, con tanto di curatori e programmi di esposizione, tra i più completi e interessanti sul web.


"Adobe Museum of Digital Media. Open 365 days a year, 24 hours a day. No doors. No guards. No closing times. Only the best in digital art and innovation".

martedì 1 febbraio 2011

Girare per musei con Google Art Project


Incredibile l'ultima trovata di Google che col progetto Google Art Project, consentirà di esplorare online i più celebri musei del mondo portando la tecnologia di Street Viewfra sculture e dipinti. Il sogno di ogni appassionato d'arte che ha modo così di girare, "fisicamente", nei musei e non osservare le opere decontestualizzate. Debutto con oltre mille opere in alta risoluzione per conoscere i primi 17 musei presenti, destinati a salire presto di numero: sarà possibile muoversi fra le gallerie, navigare planimetrie interattive per avere maggiori informazioni sul museo, selezionare le opere che interessano, trovarne altre dello stesso artista e guardare video correlati di YouTube. 17 opere - una per ogni museo - saranno disponibili in tecnologia gigapixel, con immagini a una risoluzione mai vista.
I musei presenti sono MoMA, Metropolitan e Frick Collection di New York, Rijksmuseum e Van Gogh Museum di Amsterdam, National Gallery e Tate Britain di Londra, Reina Sofia e Thyssen - Bornemisza di Madrid, Reggia di Versailles, Ermitage di San Pietroburgo, Galleria Tret'jakov di Mosca, Alte Nationalgalerie e Gemäldegalerie di Berlino, Freer Gallery di Washington, Museum Kampa di Praga e - last but not least - Uffizi di Firenze.



giovedì 20 gennaio 2011

Far soldi coi musei? Un'utopia

Interessante articolo di Angela Vettese sulla situazione odierna dei musei d'arte contemporanea, sempre più scatoloni vuoti da riempire con mostre non sempre all'altezza e che non richiamano pubblico sufficiente. Le spese allora, in particolare in Italia, ricadono sullo Stato che non ne vuole sapere di investire in cultura e informazione.



Far soldi coi musei? Un'utopia

di Angela Vettese


Un museo d'arte contemporanea può reggersi sulle sue gambe e non vivere di denaro a fondo perso, pubblico o privato che sia? Secondo il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, si può e si deve. Lo ha ribadito anche al Maga di Gallarate, nel discorso inaugurale della mostra «Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando». Ma i dati dicono di no.

Se ne è discusso mercoledì pomeriggio presso la Fondazione Antonio Ratti di Como, dove Stefano Baia Curioni ha presentato un abbozzo delle ricerche fatte dal centro Ask dell'Università Bocconi, nel corso degli ultimi cinque anni, con Paola Dubini, Laura Forti e Luca Martinazzoli. Il documento unitario che le raccoglierà sarà prezioso.

Inutile pensare che il patrimonio culturale sia il petrolio italiano, con una litania che innervosisce chiunque debba mantenere anche solo la casa di campagna dei nonni. Nell'arte contemporanea le cose poi vanno assai peggio, soprattutto dall'esplosione del numero di musei: oltre duecento new entry in Europa a partire dal 2005. Molti hanno preso la forma di costruzioni concepite negli anni Novanta secondo scuole architettoniche anni Ottanta, insomma quando denaro abbondava. E ora?

I numeri sono secchi, ma molto più complicati da interpretare di una qualsiasi partita doppia. Un visitatore non rende, per quanto alto sia il biglietto d'ingresso. Alla Tate Modern, il posto al mondo dove probabilmente costa meno – e infatti il museo londinese può permettersi di mantenere vaste zone gratuite – non si superano i 16 euro (di conti in rosso) a persona e ciò consente di coprire quasi interamente gli oneri di gestione del museo, che nel 2007 ha avuto 5.236.702 ingressi. Ma non certo di guadagnarci. Alla Triennale di Milano saliamo a 41 euro a visitatore, nonostante il fuoco d'artificio di mostre della gestione Rampello, che ha condotto nello stesso anno a 472.026 presenze.

Questo semplice paragone la dice lunga sul fatto che non si possono confrontare le vicende economiche di musei che si rivolgono a metropoli in cui abitano venti milioni di abitanti con quelle che toccano le nostre piccole città, dove soltanto Roma supera i due milioni di anime. Dati che riguardano i vasti flussi che occupano il Maxxi e il Macro della capitale, uno di recente apertura, l'altro di recente ristrutturazione, non si conoscono ancora (mentre quelli della Galleria Nazionale restano sconfortanti) ma risulta difficile pensare che possano giungere ai numeri della Tate: Londra è bella ma Roma lo è di più, e le cose dai cui un turista è attratto nella Città Eterna sono maggiori di quelle sotto il Big Ben.

Le realtà piccole e spesso propositive risultano poi le vittime della situazione: la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino ha raggiunto gli 89.892 visitatori nell'anno 2005, con un costo più che ragionevole di 21 euro a persona. Con tutto questo, però, si pone ai vertici più bassi tra i musei presi in esame per il rapporto con i costi di gestione, assorbiti in parte davvero minima dall'introito dei biglietti. Immaginiamo cosa possa accadere nelle molte gallerie civiche, sorte o risorte nel nostro territorio in tempi recenti. Quella di Bologna, il MamBo, ha registrato 93.942 visitatori per un costo a persona di circa 41 euro.

Il discorso è ancora più complesso se ci si chiede cosa significhino i numeri. La GaMec di Bergamo si attesta sui circa 90.000 visitatori l'anno da molto tempo, un orgoglio se si pensa che la città lombarda è lungamente stata refrattaria al contemporaneo: la cifra è comparabile ai 108.000 visitatori registrati da Rivoli nel 2009 (meno della metà di quelli del Mart di Rovereto nel 2007). Ma, fatto salvo l'attivismo bergamasco e trentino, è sufficiente un risultato non eccellente per crocifiggere il glorioso Castello piemontese, di cui un "si dice" insistente parla di 100 euro di costo a persona? No, perché tutti sappiamo quanto sia mal collegato e difficile da inserire in una passeggiata del sabato pomeriggio. Resta l'unico museo italiano che ha davvero investito nella propria collezione, un parametro che si dimentica troppo facilmente ma che è essenziale perché riguarda gli anni a venire.

Va ricordato, inoltre, che un patrimonio non si dovrebbe conteggiare solo a partire da ciò che si ha e si può dare, ma anche da ciò che consente di ricevere. Ora, la maggior parte dei musei italiani non ha la fiducia degli operatori stranieri, che non prestano volentieri né mostre né opere singole (a meno che non gli si prometta un Mantegna in cambio, diciamo, di un Francis Bacon). Non si tratta solo di uscite di sicurezza e di macchine che controllano l'umidità: per fortuna ora la maggior parte dei nostri centri espositivi segue le norme internazionali. Ma riflettiamo sul perché a Vercelli si siano potute avere più mostre dalla collezione Guggenheim di New York, la quale invece non ha voluto prestare quasi nulla a Villa Panza di Biumo neppure opere che erano state proprietà del grande collezionista Giuseppe. Il fatto è che non si fidano di noi, the italians. E che a Vercelli il Guggenheim ha una costola che controlla direttamente.

E ancora: la Biennale di Venezia, nostra signora delle mostre, non raggiunge mai il mezzo milione di visitatori. Ma nessuno specialista se la perde. Per un artista, vale di più essere in mezzo al calderone della Tate o in Laguna? Anche questo è un parametro significativo benché impossibile da quantificare. Fare fruttare un posto significa anche far sì che abbia vantaggi competitivi specifici: per esempio che rappresenti un gradino saliente nella visibilità dell'artista presso gli specialisti; che dia origine all'occasione per nuove mostre; che entri nelle recensioni delle riviste di prestigio. Chi sa come costruire un brand di successo non conta quanti prodotti vende, ma a chi. Chi fa scarpe le vuole (anzi le deve) vendere dapprima a Notting Hill e non nella grande Mosca.

Le amministrazioni che si sono contese mostre famigerate tipo Gli impressionisti e la neve (Torino 2004) hanno raggiunto dei bei numeri, ma al posto che le ha ospitate (nella fattispecie la Promotrice di Belle Arti) quanto a reputazione non resta niente. Infatti, è raro che una delle mostre più visitate in Italia, cioè di quelle che mandano in sollucchero gli assessori perché fanno loro esibire dati da capogiro, mandino in visibilio anche i direttori delle sedi espositive d'Oltralpe: se è vero che non importiamo abbastanza, nell'ambito del contemporaneo e anche dell'Otto-Novecento, non esportiamo nemmeno. Sostanzialmente siamo fuori rete, se non per quelle due o tre realtà che si sono citate sopra.

E allora ha forse ragione Pierluigi Sacco (anche lui presente alla Ratti) preside allo Iulm di Milano e da anni impegnato nella disamina di questi processi: il «distretto culturale evoluto», ciò su cui noi italiani dovremmo investire, non è fatto per conti di breve termine e nemmeno perché i nostri beni imparino a mantenersi da sé. Una politica del «patrimonio come petrolio» regge solo se si dimenticano i conti della spesa (e della mera conservazione) per fare quelli con la storia. Futura, of course, guardando avanti.

mercoledì 9 giugno 2010

Un museo sulla Luna in un chip

Il museo d'arte contemporanea più piccolo dell'universo starebbe sulla Luna e sarebbe contenuto in un chip trasportato clandestinamente dall'Apollo 12 nel 1969. Questo chip conterrebbe sei opere tra schizzi e bozze di Andy Wahrol (il fallo), Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg, David Novros e John Chamberlain.

Durante gli anni 1960, Myers – insieme a centinaia di altri artisti di New York – avrebbe lavorato con gli ingegneri di Bell Labs ad alcuni «esperimenti» del programma Arte e Tecnologia. Secondo le prove raccolte dalla PBS, il programma dei Bell Labs prevedeva la riduzione di bozze e schizzi d'arte e il successivo inserimento all'interno di un chip rettangolare in ceramica grande un centimetro circa. I due ingegneri a capo del programma, come in tutti i gialli che si rispettino, sono deceduti. Ma uno di questi chip, del quale Myers e altri avrebbero delle copie, sarebbe stato imbarcato di nascosto sull'Apollo 12, con l'intento di lasciarlo sulla Luna a missione compiuta. «Per noi, in quei giorni – ha raccontato Myers –, lo sbarco luna era la cosa più eccitante mai avvenuta. Gli artisti volevano solo essere parte di essa». Lo stesso Myers è uno dei sei artisti che insieme a Warhol, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg, David Novros e John Chamberlain, avrebbero realizzato le opere. I rappresentanti di Oldenburg e Chamberlain hanno confermato a usa Today che gli artisti da loro rappresentati avrebbero contribuito al progetto. (fonte: artestetica)



martedì 8 giugno 2010

Maxxi Ipermuseo



Come ha già riferito Germano Celant sulle pagine de L'Espresso il Maxxi, a differenza del castello di Rivoli, il primo e più importante centro per l'arte contemporanea in Italia, deve ancora dimostrare di essere un centro propulsivo per l'arte e scrollarsi di dosso l'immagine di involucro vuoto e fine a se stesso. Un primo risultato, però, l'ha già ottenuto: grazie all'enorme dibattito che si è aperto in questi giorni in concomitanza con la sua apertura è stato creato un nuovo termine. Lo dice l'Osservatorio della Lingua Italiana considerando il neologismo IPERMUSEO. La segnalazione è riportata sul sito della Treccani sotto la voce Neologismi della settimana:
ipermuseo
L'era dell'ipermuseo. In principio fu il Beaubourg di Parigi. Poi arrivarono il Guggenheim di Bilbao e lo Jüdisches Museum di Berlino. Oggi con il Maxxi e il Macro di Roma anche in Italia sbarcano i centri espositivi firmati da archistar.

La stampa estera, intanto, è divisa sull'opera. Per leggere i vari articoli e seguire le varie fasi della polemica, si rimanda invece a quest'altro articolo di Repubblica: il Dibattito.

martedì 1 giugno 2010

Le "Gallerie" d'arte in Trentino. Dal traffico all'arte

Due gallerie autostradali dismesse e trasformate in gallerie d'arte. E' il progetto realizzato a Trento, nella zona di Piedicastello, che dopo aver conquistato gli appassionati di architettura italiani - ha vinto un sondaggio della rivista Abitare - approda oltreoceano. A occuparsene è la Columbia University, che alle gallerie di Piedicastello dedica un seminario in questi giorni. Giuseppe Ferrandi e Patrizia Marchesoni, direttore e vicedirettrice della Fondazione Museo Storico del Trentino, insieme a Luca Dal Bosco di FilmWork, spiegheranno, nella sale dell’Italian Academy della Columbia University, il senso del progetto che affascina la Grande Mela, dove gli esempi di riutilizzo creativo non mancano, a cominciare dalla Highline, la linea ferroviaria in disuso trasformata in parco urbano. Le Gallerie (significativo riusco del termine, in questo caso gallerie reali e non d'arte ma trasformate in spazi espositivi)  sono due tunnel stradali lunghi 300 metri ciascuno leggermente curvati che corrono perfettamente paralleli sotto il Doss Trento, la verruca a fianco dell’Adige sulla cui sommità si erge il mausoleo a Cesare Battisti . Nel 2007, chiuso il traffico e deviata la tangenziale, tale spazio è diventato un luogo immenso e ricco di suggestioni. La superficie complessiva supera i 6000 metri quadrati ed è suddivisa in due tunnel, la Galleria Bianca e la Galleria Nera. L'entrata principale è posta a poche decine di metri dalla chiesa romanica di S. Apollinare e dalla piazza di Piedicastello: due grandi portoni permettono di accedere agli spazi espositivi. Le Gallerie ora propongono le mostre "Storicamente ABC", un abecedario sulla storia trentina per raccontare, riflettere, emozionare, e "L'invenzione di un territorio", sul lento lavoro di costruzione di un'entità territoriale. Non conoscevo questo spazio espositivo e debbo dire che ne sono rimasto molto colpito. (Foto)




martedì 23 marzo 2010

Jumping in Art Museums

Jumping in Art Museums è un bel modo per interaggire con gli spazi museali e le opere; nulla di serio naturalmente, ma un gesto minimo di chi vede i musei come posti di gioia e vitalità e non come luoghi da fruire in religioso silenzio. Consigliato a chi non ne può più dell'aria di pesantezza e monotonia di molti musei italiani.
Si può anche contribuire personalmente inviando a info@allisonreimus.com una foto con: Nome, Luogo, Nome dell'opera "che viene saltata", Nome del Museo o Galleria.

lunedì 8 febbraio 2010

Interpretazione degli spazi museali

 

Dal sito http://acidolatte.blogspot.com/ due installazioni che invitano a riflettere sul ruolo e sull’uso, spesso spiazzante, degli spazi museali.

L’artista svizzero Urs Fischer, famoso per le sue spiazzanti installazioni, riesce ad intervenire nel museo con un’operazione al tempo stesso efficace e dissacrante. Il museo come cantiere (della creatività?) o come luogo da profanare, scavando a fondo.

UrsFischer_3

David Ancelin, parimenti, lavora con gli oggetti dello spazio.

DavidAncelin_2

mercoledì 21 ottobre 2009

The most incredibles Museums around the world

Aspettando l’apertura del MAXXI a Roma, il futuro museo nazionale delle arti del XXI secolo, propongo questi due link che offrono un’interessante carrellata su moderni musei , o meglio sull’architettura di questi musei e sui loro spazi espositivi, per riflettere sul ruolo di questi “contenitori”, sull’importanza o meno del loro status di arte (in quanto lavori di importanti architetti), e, per inverso, sulla realtà italiana del contemporaneo, che non si mette certo in luce in quanto ad innovazione.

Di seguito alcune immagini.

Gardiner Museum Renewal, Toronto - Can

Museum Liaunig, Austria

Museu de Arte Contemporânea (MAC), Niterói - Rio de Janeiro

Solomon R. Guggenheim Museum, New York

San Francisco Museum of Modern Art

The most incredibles Museums around the world - Part 1

The most incredibles Museums around the world - Part 2

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