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martedì 15 marzo 2016

Siglato accordo con la Fondazione Torlonia

Fanciulla Torlonia

È stato firmato oggi l’accordo tra il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e i rappresentanti della Fondazione Torlonia che sancisce la reciproca collaborazione per la piena valorizzazione della collezione Torlonia, il complesso di marmi antichi di proprietà privata tra i più imponenti e storicamente significativi al mondo. (link Mibact)

venerdì 20 aprile 2012

Sculture monumentali

The African Renaissance Monument è tra le più grandi sculture mai realizzate al mondo. Inaugurato nel 2010, alto quasi 50 metri svetta sulla città di Dakar con la sua enorme e pesante mole in bilico tra plasticismo e concretezza, non privo di stereotipi espressivi di certo lontani dall'originale arte africana.


Contemporaneamente negli U.S.A. il Crazy Horse Memorial, la monumentale opera voluta dal popolo Sioux per celebrare il leggendario capo Lakota, Cavallo Pazzo, e come tributo a tutti i nativi nordamericani, è il più imponente work-in progress sul territori degli States, anzi, dell’intero pianeta. La colossale scultura tridimensionale che rappresenterà il capo indiano a cavallo, e una volta completata misurerà 169 metri d’altezza per 192 di lunghezza, sta lentamente prendendo forma tra le alture delle Black Hills in South Dakota.


Andando indietro di qualche decennio The Motherland Calls a Volgograd, in Russia, commemora la Battaglia di Stalingrado. Fu disegnata dallo scultore Yevgeny Vuchetich e progettata dall'ingegnere Nikolai Nikitin. Alta 85 metri fu completata nel 1967 ed è sicuramente tra le meglio riuscite.


L'elenco sarebbe lungo e rimando a questa pagina di wikipedia (Le statue più alte del mondo). Emerge il dato che sopratutto negli ultimi anni si sono costruite statue colossali quasi come se si volesse, con la grandezza, compensare l'insignificanza del modello. Naturalmente c'è molta retorica dietro, le sculture spesse volte sono goffe e pesanti e prive di messaggi. Modello imprescindibile è la Statua della Libertà di New York anche se tra le sculture monumentali più belle colloco di certo il Colosso di San Carlo Borromeo (detto il Sancarlone ) ad Arona che è alta "solo" 30 metri ma di una eleganza e magnificenza uniche a dimostrazione che non conta solo l'altezza del manufatto ma tutto il progetto dietro. Il disegno fu di Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano e la statua fu realizzata con lastre di rame battute a martello e riunite utilizzando chiodi e tiranti in ferro. Gli scultori che la realizzarono furono Siro Zanella di Pavia e Bernardo Falconi di Bissone. L'opera fu conclusa nel 1698 ed è quindi tra le più antiche.


Ma quanto è più grandioso un "Prigione" di Michelangelo di appena un metro rispetto a tanti mostri?



lunedì 17 ottobre 2011

Il San Girolamo in terracotta attribuito a Leonardo


In un passo delle Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori Giorgio Vasari parla della tecnica esperimentata da Leonardo da Vinci quando era ancora nella bottega fiorentina del Verrocchio suo maestro. Leonardo era solito «fare modelli di figure in terra e addosso a quelle metteva cenci molli interrati e poi con pazienza si metteva a ritrargli sopra a certe tele mollissime, e li lavorava di nero e bianco con la punta del pennello ch'era cosa meravigliosa». Il Verrocchio dovette impartire al geniale discepolo i primi rudimenti della pittura ma anche della scultura. Benché Leonardo ritenesse la pittura superiore alla scultura, racconta di essersi «adoperato» tanto nell'una che nell'altra arte «in un medesimo grado», cioè con pari diligenza e risultato. Poco dopo il 1480, in procinto di partire per Milano dove avrebbe prestato servizio alla corte del Moro, l'idea di realizzare il monumento equestre di Francesco Sforza cominciava a prendere consistenza e forma. Poi Leonardo giunse sino al penultimo stadio, portando a termine il modello in argilla o stucco, ma non concluse il lavoro che avrebbe dovuto prevedere la fusione in bronzo. Il colosso equino doveva essere di oltre sette metri di altezza e il peso della terra di fusione avvicinarsi alle cinquanta tonnellate. Di questa superba impresa rimangono alcuni disegni, sparsi in vari codici leonardeschi, dai quali si desume che il primo pensiero prevedeva un cavallo impennato; in seguito Leonardo aveva ripiegato, forse dietro suggerimento del Moro, su un cavallone al passo, solenne, tornito, e monumentale per vocazione. La scultura, celebrata in antico da molti eruditi, secondo Sabba da Castiglione impegnò l'autore per «sedeci anni continui», ma il modello di stucco già nel 1499 era stato fatto bersaglio dei balestrieri guasconi entrati a Milano con le truppe di Luigi XII, quando ancora il grandioso quadrupede si stagliava in un cortile del castello di Porta Giovia. Tuttavia nel 1501 il duca di Ferrara Ercole I d'Este lo aveva richiesto al cardinale di Rohan per farlo copiare. Più tardi andò distrutto. Di tutte le opere di scultura leonardesche, più o meno dettagliatamente citate dalle fonti antiche, non se n'è identificata una, ma visto che la pratica espletata da Leonardo nello scolpire e plasmare la terracotta, che doveva risultargli più congeniale del marmo per i suoi effetti pittorici, fu assidua, è impensabile che nemmeno un esempio di mano del grande maestro non sia sopravvissuto alle soppressioni.
La caccia a una scultura di Leonardo dura da tempo e ha visto impegnati studiosi di inossidabile serietà e pervicacia: tra gli scomparsi Sir John Pope-Hennessy, illuminato pioniere delle ricerche sul rinascimento italiano, nonché direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, Kenneth Clark, W.R. Valentiner.
Le fonti antiche su Leonardo scultore ricordano «teste di femmine che ridono», «teste di putti», un Bambino Gesù in creta che fu di proprietà del cardinale Federigo Borromeo, probabile modelletto della testa di Gesù del quadro con Sant'Anna e forse da identificarsi con «la testicciola di terra di un Cristo mentre che era fanciullo» la quale, nel Cinquecento, era presso il pittore e trattatista milanese Giovan Paolo Lomazzo; «teste di vecchi» e cavallini in bronzo, come è quello del Museo di Budapest, che molti ritengono autografo e possibile prototipo del monumento a Gian Giacomo Trivulzio, che però non fu mai compiuto. Anche l'insieme delle sculture che oggi gli esperti attribuiscono a Leonardo è ben assortito, ma non ne esiste una sulla quale i massimi calibri dell'esegesi leonardesca siano concordi; ciò però non deve suscitare né meraviglia, né tantomeno scandalo, perché in materia d'arte, i dispareri fan parte integrante del mestiere. In un momento arroventato come l'attuale da altisonanti attribuzioni respinte, avanzarne una nuova a Leonardo scultore è un atto a dir poco di coraggio. Patrocinatore della proposta è un bravo studioso italiano, Edoardo Villata, che martedì prossimo, nel corso dell'importante convegno sulla terracotta del Quattrocento diretto da Maria Grazia Albertini Ottolenghi dell'Università Cattolica di Milano, farà il nome di Leonardo da Vinci per attribuire una paternità a un bellissimo e un po' negletto San Girolamo in meditazione, conservato nei depositi del Victoria and Albert Museum. La statua a tutto tondo misura circa cinquanta centimetri di altezza, ma il suo impianto grandioso la direbbe maggiore, elemento che di per sé depone a favore di una eccellente fattura, peraltro conclamata da ogni particolare. La storia di questa terracotta segue quella di molte opere d'arte che appartenevano alla sterminata raccolta di Giovan Petro Campana marchese di Calvelli, direttore, verso la metà dell'Ottocento, del Monte di Pietà di Roma, archeologo e collezionista tanto sfrenato negli acquisti e nel tenore di vita personale, da finire in miseria e in carcere con l'accusa di peculato e abuso d'ufficio. Nel 1854 la sua collezione era stimata quasi un milione di scudi. Per pagare i debiti fu dispersa in vari tronconi, perché non si era trovato nessuno disposto a rilevarla in blocco. Una parte fu acquistata dallo zar, un'altra da Napoleone III, che, per uno strano caso della sorte, alcuni anni prima era riuscito a fuggire di prigione con l'aiuto di tale signora Crowford, futura suocera del Campana. Il lotto dove si conservava anche il San Girolamo venne comperato dal South Kensigton Museum di Londra, odierno Victoria and Albert. Ma prima di passare al Campana, la magnifica terracotta era appartenuta a Ottavio Gigli, pedagogo, patriota e collezionista fiorentino fondatore di asili e del periodico cattolico «L'Artigianello». Il San Girolamo, attribuito per lungo tempo al Verrocchio, nel 1964 fu declassato da Sir John Pope-Hennessy a opera di un seguace del Verrocchio degli inizi del Cinquecento e poi ritenuta di uno scultore fiorentino, Giovan Francesco Rustici, che molto aveva attinto da Leonardo. Rustici è l'autore dello spettacolare gruppo bronzeo con la Predica del Battista, all'esterno del Battistero di San Giovanni a Firenze. Attribuendo la terracotta a Leonardo in persona, Villata si scontra con l'autorità di Pope-Hennessy e di alcuni insigni studiosi, quale Olga Raggio, per non dire dei viventi. Ma quali sono le ragioni che legittimano l'ipotesi attributiva di Edoardo Villata? Innanzitutto la qualità del San Girolamo, che è elevatissima, come vediamo nell'energia di sintesi plastica racchiusa nella «organicità della posa» del vecchio dottore della Chiesa che nella destra regge il libro e con la sinistra si accarezza la barba. Si coglie sul volto del santo filosofo un sorriso appena accennato che denota il compiaciuto raggiungimento della conoscenza delle verità eterne e che affiora nell'intensità della concentrazione e dell'espressione. Ma per vibrare il nome di Leonardo quel che più conta sono i molteplici riferimenti al suo stile. Forse il più sorprendente è la mano destra di San Girolamo, affusolata e un po' irrigidita, che richiama subito quella della Dama dell'ermellino, la cui mano, secondo una recente ipotesi, non venne ritratta dal vivo bensì da un modello plastico. Poi entrano in gioco, more solito, i panneggi leonardeschi, molto vicini a quelli del mantello indossato da San Girolamo. Da ultimo Villata rimarca giustamente che nella terracotta di Londra non vi è il benché minimo cenno di influenze michelangiolesche, che in un qualunque scultore attivo a Firenze dopo il 1.500 sarebbero immancabili.


Questa attribuzione, audace ma non peregrina, scatenerà discussioni e dissensi ma anche consensi, e il fatto che venga pubblicata in grande evidenza sul prossimo numero della «Raccolta Vinciana» (XXXIV fascicolo, 2011, in corso di stampa), prestigioso periodico biennale dedicato ai più approfonditi studi leonardeschi, è un fatto di indubbio conforto.


Tra le altre terrecotte attribuite vorrei mettere in evidenza questa bellissima testa dolente, forse di un san Girolamo, considerata all'inizio del Verrocchio...

 e il Christo Fanciullo dalla collezione Eredi Gallandt



domenica 16 ottobre 2011

Un (auto?)ritratto sconosciuto di Michelangelo

Rimarrà esposto al Castello nella città di nascita di Michelangelo Buonarroti, Caprese Michelangelo, sino al 30 ottobre un tondo di marmo, mai mostrato, se si esclude una giornata del 2005 al Museo Ideale di Vinci, perché conservato nella collezione privata di una nobile famiglia toscana, assegnato al maestro da James Beck (4 anni fa) e da Claudio Strinati (oggi). La piccola scultura ad altorilievo di 36 centimetri di diametro secondo questi studiosi sarebbe un autoritratto di Michelangelo: la tecnica e gli strumenti utilizzati per realizzare l'opera, secondo Strinati, non lascerebbero dubbi. Il marmo raffigura un uomo barbuto e anziano e secondo gli studiosi potrebbe essere assegnato al 1545 circa e provenire dal complesso funerario della tomba di papa Giulio II realizzata da Michelangelo nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Roma. Spiega Strinati, già soprintendente di Roma e oggi dirigente del Mibac: «La prima testimonianza documentata su questa scultura compare in una guida turistica del '700 relativa a Pisa, dove si parla di un possibile autoritratto di Michelangelo in una collezione della città. Ma ci sono altri indizi: la composizione chimica del marmo è la stessa del materiale delle cave di Polvaccio, sulle Apuane, dove si riforniva abitualmente Buonarroti. Infine il ritratto potrebbe esser stato fatto con scalpelli a lame larghe e con un trapano, lavorazione compatibile con le metodologie di Michelangelo». (Il Giornale dell'Arte)

Tondo con ritratto di Michelangelo
ames Beck, professore di storia dell'arte alla Columbia University di New York, sembra esserne certo: ''Quel tondo di circa 35 centimetri raffigurante un uomo con la barba, sarebbe un autoritratto scolpito su marmo di Carrara dalla mano di Michelangelo''. E se così fosse, l'autoritratto scolpito dal Maestro fiorentino quando aveva circa 70 anni, avrebbe un valore intorno ai 100 milioni di dollari. 
La convinzione dello studioso americano non è recente, già 1999 James Beck pubblicò un saggio sul Buonarroti dal titolo ''Tre parole su Michelangelo'' in cui per la prima volta il professore attribuì il tondo al genio della Cappella Sistina. 

''È un'opera eccezionale, di grandissimo pregio, a mio parere di Michelangelo'', dice il professor Beck che basa la sua tesi su caratteristiche del tondo sia artistiche sia in parte scientifiche. Innanzi tutto l'espressione. La mano che ha scolpito il tondo è riuscita a rendere al contempo lo sguardo verso l'infinito e l'ideale e un occhio di disprezzo per la mortalità della vita terrena. Pensiero, questo, tipico della visione neo platonica michelangiolesca. Un'espressione molto simile a quella del Nicodemo della Pietà, conservata al museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze a cui Michelangelo lavorò dal 1547 al 1555. James Beck data il tondo nel periodo che va dal 1545 al 1555, il che però non è confermato né nella celeberrima biografia di Michelangelo di Giorgio Vasari, né in quella dell'assistente e biografo del genio fiorentino Ascanio Condivi. 

A dare forza alla tesi del professore della Columbia e a distinguere quest'opera da tutte la altre che con superficialità nella storia sono state attribuite a Michelangelo sarebbero la qualità e la raffinatezza della scultura. Le caratteristiche del viso, rese così bene nel marmo, ricordano in modo impressionante quelle del ritratto del maestro fiorentino dipinto da Jacopo del Conte, quando Michelangelo era ancora vivo. Da un punto di vista scientifico è praticamente impossibile datare il momento della scultura. I test che si possono applicare ci parlano solo dell'età geologica di quel marmo, un'età che non ha nulla a che vedere con la sua lavorazione. 
Ma il professor Corrado Graziu dell'Università di Pisa ha scoperto il luogo di origine del marmo utilizzato per il tondo. Non solo si tratta di Carrara, ma proprio della cava del Polvaccio, il sito noto anche come la 'Cava di Michelangelo', perché Michelangelo lavorava principalmente il marmo estratto da li'. 
Infine un ultimo dato interessante scoperto dal professore Graziu e considerato fondamentale dal professore della Columbia: il tondo è stato esposto per 150 anni ad agenti atmosferici e poi ripulito con degli acidi le cui tracce sono ancora presenti sul tondo. Questo spiegherebbe come mai la superficie dell'opera sia così liscia. ''La questione della superficie della scultura mi aveva sempre preoccupato - ha raccontato il professor Beck al quotidiano newyorkese 'New York Sun' - perché Michelangelo nel periodo in cui ho datato il tondo, aveva elaborato lo stile del 'non finito''' quello, per esempio, della Pietà Rondanini. (Guidasicilia)

Pietà Bandini - part. Nicodemo

venerdì 1 luglio 2011

A cosa serve Michelangelo?

Da un po' di tempo volevo segnalare questo libricino, da poco uscite per Einaudi, di Tomaso Montanari dal titolo emblematico A cosa serve Michelangelo? Il punto di partenza è il controverso acquisto del famoso crocifisso da parte dello Stato e tutte le problematiche che una politica del genere pone, ma si parla anche di altro, dal ruolo degli storici dell'arte al degrado della materia nel discorso pubblico. Approfitto quindi di quest'intervista realizzata da Davide Angerame uscita su Artribune per segnalarlo caldamente.



Il caso del falso Michelangelo è uno dei molti casi che tratta Tomaso Montanari per dimostrare come l’arte antica sia diventata “l’escort di lusso” della cultura italiana. Scritto con lucidità e verve, il saggio racchiude in sé i toni acri del pamphlet e le rimostranze dei cahiers de doléances. Ne risulta un atto d’accusa contro la deriva presa dalla moderna ideologia della “valorizzazione” dei “beni culturali” che, secondo il quarantenne docente di Storia dell’arte dell’Università Federico II di Napoli, si trasforma in svendita della nostra arte per pochi euro, in un mondo che capisce solo più gli “eventi” della grande “Disneyland culturale”, mentre languono i tanti musei a chilometro zero, ricchi di connessioni con la storia del territorio che l’Italia possiede e che nessuno più visita.

Il tuo libro presenta un’attenta ricostruzione dell’errata attribuzione del Cristo ligneo (provenienza Gallino) a Michelangelo e relativo acquisto per 3,25 milioni di euro da parte dello Stato. Hai il tono del polemista ma anche la perizia di uno storico. Sull’onda di quale sentimento hai scritto questo libro? L’indignazione?
Uno degli scrittori italiani contemporanei che amo di più, Franco Arminio, ha scritto che “il mondo non cambia perché non lo vuole cambiare quasi nessuno. Il mondo non cambia perché non è mai stato così pieno di ipocrisia”. Dunque, ho scritto questo libro sull’onda di una fredda indignazione, certo, e anche del disgusto per l’ipocrisia, l’impreparazione e l’inadeguatezza di molti di coloro che hanno in mano il mondo della storia dell’arte. Ma l’ho scritto soprattutto animato dalla voglia di cambiare, se non il mondo, almeno il mio piccolo mondo: quello della storia dell’arte.
Il problema del Michelangelo/Gallino è l’emblema di una stortura tutta italiana oppure all’estero non sono messi meglio?
Nessun Paese è perfetto, ma il dilettantismo, la presunzione e l’arroganza (per esempio) del Comitato degli storici dell’arte del Mibac che ha consigliato il ministro di comprare l’opera senza consultare esperti terzi, ma basandosi solo sulla forza della consorteria e della corporazione: beh, questi gravi difetti sono tipicamente italiani e tipicamente della casta accademica italiana. La professoressa Marisa Dalai presiede quel Comitato, nonostante sia in pensione da quasi due anni: in nessun altro Paese del mondo c’è un così grave problema di gerontocrazia. E da vecchi non si è felici di essere contestati: pensi che la professoressa Dalai è furibonda perché la Direzione dei beni culturali della Lombardia mi ha invitato a discutere il libro. E questi sarebbero i liberi intellettuali!
La svolta culturale a cui assistiamo, sostenuta da illustri soprintendenti e protagonisti della cultura artistica nostrana, fa sì che della storia dell’arte non sia più nulla, che il suo senso si svuoti e che di essa si possa fare ciò che si vuole. Davvero la verità non vale più nulla?
Vale in effetti pochissimo. Pochi giorni fa, un signor nessuno fortemente indiziato di cialtroneria ha chiesto al Louvre di prestare la Gioconda a Firenze, e immediatamente la Provincia di Firenze e tutti i media italiani lo hanno seguito come se fosse il pifferaio magico. Nel mondo della storia dell’arte italiana, chiunque può dire di essere Napoleone ed essere creduto.
In Italia quasi nessuno si espone. Tu fai nomi e cognomi. Follia o coraggio soprannaturale?
Semmai un’incoscienza soprannaturale. No, non scherziamo: davvero niente di soprannaturale. Questo è un Paese bizzarro, dove sembra strano fare il proprio lavoro. Ho avuto la fortuna di diventare professore relativamente giovane: abbastanza giovane da ricordarmi cosa pensavo di questo mondo prima di venirvi cooptato. Già, perché da noi il senso critico si esercita dall’esterno: quando si diventa interni, lo si dimentica. E invece io penso che lo Stato mi paghi ogni mese lo stipendio non solo per fare lezioni, esami, tesi e ricerca, ma anche per esercitare il mio senso critico. Se tutti facessero il proprio lavoro, questo Paese cambierebbe.
Trovo molto interessante l’analisi della trasformazione del “vocabolario” applicato ai beni culturali: da beni artistici e belle arti si è passati ai “beni culturali” da “valorizzare” e non più da custodire. Uno slittamento linguistico che apre il campo a una sciagurata gestione che porta al crollo di Pompei e della Domus Aurea. Il caso è, ancora una volta, l’effetto dell’ingerenza politica nella cultura di questo Paese?
Direi di sì. La mutazione delle parole (e chi parla male vive male, direbbe, a ragione, Nanni Moretti) inizia a metà degli anni ‘80 nell’entourage di Bettino Craxi. La radice antropologico-politica della mutazione da “opere d’arte” o da “memoria storica” in “beni culturali” è la stessa da cui nasce la cultura berlusconiana della monetizzazione di tutti i valori. Non a caso ho usato la metafora della storia dell’arte che diventa una escort della vita pubblica italiana.
Mario Resca come l’ultimo dei mali: dovrebbe fare del bene, valorizzare il patrimonio, e invece secondo te lo mette a repentaglio per pochi spiccioli. Cosa faresti se fossi Resca?
Ovviamente non ho nulla contro la persona di Resca. Ma se il Codice dei Beni culturali dice che lo scopo della cosiddetta valorizzazione è l’aumento della cultura dei cittadini (e non del fatturato dello Stato), forse al posto di un manager degli hamburger bisognava metterci un intellettuale. Se fossi al posto di Resca, lancerei una colossale campagna di “marketing” non dell’effimero (mostre ed eventi) o dei capolavori (Bronzi di Riace o Michelangeli veri o presunti) ma del patrimonio monumentale diffuso in tutto il Paese. Ci sarebbe da divertirsi.
Sei molto critico anche con la Chiesa, con le mostre confessionali travestite da esposizioni culturali. L’analisi dell’atteggiamento del Museo Diocesano di Napoli mette in luce come anche il clero soffra di questa malattia che potremmo chiamare “culturteinment”.
Io sono cattolico praticante: quasi mi turba doverlo dire, ma visto che vengo accusato di essere addirittura “anticristiano”, penso sia meglio chiarire come stanno le cose. Ho dunque un motivo in più per essere indignato per il modo grossolano in cui la gerarchia cattolica italiana strumentalizza il patrimonio artistico sacro per ricavare denaro e consenso. Ciò che descrivo nel libro culmina ora con la follia del Papa che si porta dietro in Germania la Madonna di Foligno di Raffaello, come se fosse una prigioniera in catene dietro un trionfo imperiale.
Però questi eventi fanno numeri da capogiro, e in qualche modo tolgono l’arte dai musei per restituirla alle masse di “fedeli” (dell’arte, s’intende). Guardi il caso Goldin con gli impressionisti e Van Gogh. È tutto da buttare?
Dipende dallo scopo che assegniamo all’arte. A cosa serve Michelangelo, e con lui a cosa serve tutto il patrimonio artistico? Se serve a intrattenere, va bene anche Goldin, che usa i quadri come i varietà televisivi usano le ballerine. Ma io non credo che l’arte serva a intrattenere, e nemmeno ad aumentare l’orgoglio nazionale (come posso essere orgoglioso di qualcosa che non capisco e violento?). L’arte serve a diventare più umani, a diventare cittadini consapevoli, a temperare la cecità del presente con la profondità prospettica della conoscenza del passato. E allora è essenziale che non si spostino le opere, ma i cittadini: bisogna viaggiare, visitare le opere nei contesti, conoscere un tessuto complesso, non organizzare luna park effimeri dove tutto è predigerito e finto come a Porta a Porta.
Fai notare che il sistema della critica e delle attribuzioni gira su se stesso, è autoreferenziale, ci sono conflitti d’interesse. E chi si oppone a questo sistema di solito è ottuagenario, ovvero fondamentalmente libero da autocensure. Tu invece sei giovane… Che ne pensi delle nuove generazioni di storici e critici d’arte?
Prima consentimi una battuta: non sono giovane, sono uno storico dell’arte “di mezza età” (come dice di se stesso Lorenzo Bianconi dei Baustelle, che ha due anni meno di me). Un Paese in cui si è ancora “giovani” a quasi quarant’anni, davvero ha qualcosa che non va. Penso che il precariato intellettuale e quello universitario facciano dei danni gravissimi non solo ai giovani storici dell’arte, ma anche al Paese. I migliori tra i nostri giovani passano spesso gli anni migliori della loro vita intellettuale (gli anni in cui potrebbero avere la forza e la fantasia per cambiare i connotati alla disciplina) a compiacere vecchi baroni decotti. Il servilismo e il conformismo sono i veri meriti che vengono ricompensati nella carriera accademica: e se questi sono i presupposti, come si può sperare che qualcosa cambi?
Una battuta sui mass media. Li consideri asserviti alla logica dello spettacolo. Ma come traghetteresti importanti dibattiti di attribuzione che riguardano il patrimonio pubblico, quindi di tutti, con le necessità dei media di semplificare, esaltare e a volte adorare?
Perché dobbiamo partire dal presupposto che i telespettatori siano una massa di imbecilli, fondando su questa presunzione una ignobile gara al ribasso? Il successo diChe tempo che fa o di Vieni via con me (per non fare che due esempi) dimostra che ci sarebbe eccome lo spazio per una televisione di qualità che faccia pensare invece che addormentare il pensiero. Fare della “vera” storia dell’arte in televisione sarebbe fantastico: il pubblico potrebbe, contemporaneamente, divertirsi ed educarsi. E anche vaccinarsi nei confronti di tutte le incredibili bufale che fioccano ogni giorno in una disciplina infestata da cialtroni e millantatori di ogni sorta.
Qual è il rimedio a questa errata attribuzione? Cosa speri per il futuro di nostri “beni culturali”, visto che le risorse scarseggiano? L’intervento a favore del Colosseo è una strada praticabile e auspicabile?
Per il cosiddetto Michelangelo mi aspetto, certo ingenuamente, che il Ministero dei Beni culturali ammetta l’errore, lo restituisca e si faccia rendere i soldi. E spero che la magistratura faccia la sua parte. Quanto ai privati, benissimo se hanno un ruolo di arricchimento e integrazione, ma non possono supplire al ruolo dello Stato. Il nostro patrimonio straordinario nasce da un millenario investimento di denaro, che ha “reso” arte. Oggi dobbiamo decidere se abbiamo interesse a continuare a investire denaro in quel patrimonio: così come si fa negli ospedali e nelle scuole. I dividendi del patrimonio artistico sono le cure dell’anima: memoria collettiva, cittadinanza, liberazione intellettuale, felicità. Chi può dire che non ne abbiamo bisogno quanto abbiamo bisogno delle cure del corpo?
Nicola Davide Angerame

lunedì 6 luglio 2009

Il Crocefisso di Michelangelo…la solita speculazione? Ipotesi, confronti e aggiornamenti

Riporto un articolo della dottoressa Stella Rudolph circa l’autenticità del tanto celebrato crocefisso di Michelangelo che, stando alle attribuzioni, dovrebbe essere la scoperta più sorprendente nel campo artistico degli ultimi decenni.
“Alla fine dello scorso febbraio la Corte dei Conti del Lazio ha avviato un’inchiesta sull’acquisto da parte dello Stato, da un antiquario torinese, del piccolo (alt. 41 cm.) Crocefisso in legno di tiglio per € 3.250.000,00 che da parecchi anni viaggia con un’assai controversa attribuzione a Michelangelo (peraltro non suffragata da verun documento). Con secca precisione Paola Barocchi lo definì “un’opera di rispettabile serialità quattrocentesca, legata ad un’alta tradizione di intaglio ligneo, che niente ha a che fare con Michelangelo e le sue opere giovanili”: infatti ben otto simili esemplari coevi vennero citati nel catalogo redatto quando la sculturina fu presentata in una mostra al Museo Horne nel 2004, tutti poi taciuti nell’occasione dell’esposizione in pompa magna a Montecitorio al cospetto entusiasta dell’attuale ministro Bondi. L’ipotesi è di un danno all’erario perché, se non di Michelangelo, quella cifra risulta enormemente di sproposito mentre, se l’opera fosse autografa, varrebbe tanti ma tanti milioni in più (un suo disegnuccio di un’Addolorata fu aggiudicato a € 10.200.000,00 in un’asta di Sotheby’s nel lontano 2001). Già Luciano Berti non volle codesto Crocefisso per la Casa Buonarroti, Mina Gregori ne sconsigliò l’acquisto alla Cassa di Risparmio di Firenze e Giovanna Melandri quando era Ministro lo ricusò (“non ci vidi chiaro e non comprai quel Cristo”): indi un coro di dinieghi ben argomentati da noti studiosi della materia. A questo punto urge una più plausibile identificazione dell’autore, onde bloccare l’insensato dispendio, e una soluzione si potrebbe trovare quasi dietro l’angolo (cioè a due passi dal Teatro del Sale). Infatti nella parete sinistra della chiesa di Sant’Ambrogio si trova lo squisito altarino intagliato da Leonardo del Tasso (1466-1500) con un suo San Sebastiano in legno policromo di pressoché uguale anatomia ed esecuzione; si tratta del deposito della famiglia del Tasso, dal primo ‘400 alla metà del ‘500, esponenti della più “alta tradizione di intaglio ligneo” fiorentino e d’altronde in rapporto col Michelangelo (vedasi l’eccezionale cornice del suo Tondo Doni agli Uffizi, di qualche anno posteriore, riferita a loro). Perché non prendere almeno in considerazione questo valido, anzi logico, candidato come l’artefice responsabile del manufatto invece di scomodare il nome del grande maestro?”.
"Su questa storia vogliamo vederci chiaro, abbiamo avviato un'istruttoria". La "storia" di cui parla Pasquale Iannantuono, procuratore generale della Corte dei conti del Lazio, è l'acquisizione da parte dello Stato del crocifisso di Michelangelo.
Si tratta di una scultura che negli ultimi tempi ha fatto molto parlare di sé, un Cristo di legno di tiglio attribuito nientemeno che al giovane Buonarroti. Un affare di 3,2 milioni di euro pagati a un antiquario torinese dal ministero dei Beni culturali per un'opera dalla paternità contestata, alta 41,3 centimetri per 39,7 di larghezza, realizzata - stando agli esperti - intorno all'anno 1495. Dopo i trionfi dei mesi scorsi - la scultura a dicembre è stata presentata a papa Benedetto XVI e, successivamente, esposta alla Camera dei deputati e portata in giro per l'Italia - ora la magistratura contabile "vuol vederci chiaro su tutta l'operazione", come spiega Innantuono, il quale ha aperto un fascicolo e affidato l'istruttoria sul caso a uno dei suoi sostituti, Salvatore Sfregola, vice procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio.
Un passo nato, evidentemente, dalle polemiche esplose intorno all'acquisizione e rimbalzate nei giorni scorsi anche sul New York Times. Chi, invece, non ha mai avuto incertezze è l'attuale ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, convinto sostenitore dell'acquisto dell'opera, che dopo la presentazione ufficiale del 12 dicembre scorso nell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, a Roma, è stata esposta anche a Trapani, Palermo e Milano. In questi giorni è a Napoli. Entro luglio dovrebbe prendere definitivamente posto al museo del Bargello, a Firenze.
Dovrebbe, perché ad oggi, come spiega la direttrice Beatrice Paolozzi Strozzi, "non ho ancora avuto nessuna comunicazione ufficiale, né del suo arrivo, né che sia questa la sua sede definitiva". Una dichiarazione che, dopo il clamore che ha accompagnato la presentazione ufficiale dell'opera, risuona di una singolare freddezza. Così come il no comment sull'attribuzione: "È di sicuro un'opera di buona qualità", dice Paolozzi Strozzi, "che arricchirà il museo. Ma per il resto, non sono una michelangiolista e non mi pronuncio".
E il crocifisso come verrà presentato al pubblico: come opera "di Michelangelo", o soltanto "attribuita a"?: "Lo concorderemo col Polo Museale" risponde Paolozzi Strozzi. Ovvero con la soprintendente Cristina Acidini, grande sponsor, insieme al direttore dei Musei vaticani Antonio Paolucci, della scultura e della sua attribuzione michelangiolesca. Che invece assicura: il Cristo "andrà al Bargello, non appena sarà pronto l'allestimento adatto".
Ma il mondo dell'arte fiorentino è diffidente. A partire da Paola Barocchi, fra i massimi studiosi di Michelangelo, per la quale si tratta di "un'opera seriale", e da Mina Gregori, la grande storica dell'arte che riuscì a far rifiutare l'acquisto del crocifisso alla Cassa di Risparmio di Firenze, la prima a cui l'antiquario torinese lo aveva offerto ("Se lo Stato non ha finito di pagarlo, valuti se non sia il caso di restituirlo"). "Stupito" dell'acquisto si è detto anche il direttore del prestigioso Kunsthistorisches Institut di Firenze Alessandro Nova; mentre "interrogativi" arrivano pure dallo storico Massimo Ferretti, in un primo momento fra i sostenitori dell'attribuzione a Michelangelo del Cristo tanto amato dal ministro Bondi".”
I discorsi non fanno una grinza, del resto l’analisi su un manufatto di questa importanza, prima di una così importante attribuzione e visto lo stato degli studi michelangioleschi, dovrebbe essere molto maggiore, anche se al giorno d’oggi ricerche specifiche e contraddittori scarseggiano. Che si tratti della solita speculazione? Un breve saggio, molto interessante, a favore dell’attribuzione lo trovate in questo link; il confronto stilistico ed anatomico, infatti, risulta essere abbastanza convincente. Testo.
Riguardo notizie su Leonardo del Tasso, invece, rimando a questo articolo. Testo. (Per ricerche più approfondite consiglio invece il catalogo elettronico dell’Hertziana alla voce “Michelangelo-crocifisso”).
Inserisco qualche immagine per un superficiale confronto che non pretende di essere scientifico; la vicinanza stilistica però tra una testa del Tondo Doni e il volto del Cristo appare suggestiva. Chissà cosa avrebbe pensato il grande Federico Zeri? "Se non è Michelangelo è Dio"; (vedi il nuovo post con aggiornamenti)
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Confronto col crocefisso della sagrestia di Santo Spirito.
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Altre Crocefissioni del Michelangelo pittore.
michelangelo-crocefissione disegno Copia desde la Crucifixion dibujada hacia 1540 por Miguel Angel Buonarroti para Vittoria Colonna
Marcello venusti-crocefissione dal disegno di michelangelo bonasone-crocifissione da michelangelo
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Le sculture certe di Michelangelo: link

Aggiornamenti

E' proprio di questi giorni la risposta della corte dei conti sull'autenticità del crocefisso in relazione al suo prezzo d'acquisto. Aggiungo quindi l'intervento di Tomaso Montanari a riguardo.

CECCHI INCHIODATO. Il crocifisso-patacca pagato a peso d’oro: la Corte dei Conti manda il sottosegretario a processo 
di Tomaso Montanari e Malcom Pagani
“Il Fatto Quotidiano”, 18 feb. 2012

Secondo Roberto Cecchi, cattoarchitetto dalle trame celesti, mancato ministro e infine sottosegretario senza deleghe ai Beni culturali del governo Monti, il presunto cristo ligneo di Michelangelo, fatto acquistare su sua pressante insistenza allo Stato per la cifra di 3.250.000 euro nel 2008, è una scultura che “può essere facilmente trasportata, senza dare tutti quei problemi di conservazione che altre opere pongono”. 

La Corte dei conti gli ha dato ragione, trasferendo i quaranta centimetri del crocifisso dai depositi del Polo museale fiorentino alle aule di tribunale e rinviando a giudizio Cecchi ed altre quattro persone per “danno erariale”. 

Secondo molti studiosi il Cristo altro non era che un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro. Cecchi si batté per farlo comprare al Mibac (la proposta venne accettata a sole 24 ore dall’offerta) e oggi si ritrova nei guai per un’opera che rischia di rivelarsi una crosta pagata circa 150 volte il suo reale valore. 

Ancora una volta il professor Roberto Cecchi è oggetto di attenzioni e approfondimenti non esattamente accademici. E la sua posizione nell’esecutivo tecnico, foriera di imbarazzi non cattedratici. Dopo gli scivoloni di Bondi e Galan, altre ombre, non solo economiche sull’istituzione. Dicono che ieri sera il ministro Ornaghi fosse furibondo per l’ennesimo non commendevole faro acceso sul suo collaboratore. Che attendesse un gesto di buona volontà o una mossa di Cecchi che - giura chi lo conosce - non verrà né oggi né domani. Niente dimissioni per Cecchi (neanche se consigliato in tal senso) perché fanno sapere dal ministero: “somiglierebbero a un’ammissione di colpa”. 

La parola per Cecchi è eretica e le stanze del collegio romano non somigliano per nulla a quelle inflessibili della Germania. Dopo l’apertura di un fascicolo in Procura a Roma sulle curiose modalità di cessione del restauro del Colosseo a Diego Della Valle, la scoperta di una serie di lettere firmate nel 2006 (quando era direttore generale dei beni architettonici e paesaggistici) volte a far ottenere al suo editore Armando Verdiglione denaro dal Mibac per il restauro di Villa San Carlo Borromeo e una sofferta archiviazione con proscioglimento per abuso d’ufficio su un vincolo fatto togliere a un mobile settecentesco, Cecchi è ancora in piedi. 

Trasversalmente appoggiato dal Pd e dal Terzo Polo, ben visto dal Quirinale (ottimi rapporti con Carandini) Cecchi in queste ore riflette. In attesa che la Corte dei Conti proceda, essere eucaristici sul Cristo ligneo di Michelangelo è affare complicato. Il sottosegretario Cecchi non si limitò infatti a firmare le carte. Pretese, ottenne e interpretò la parte del prim’attore. Fu lui a imprimere la svolta decisiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata e ancora lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso. Cecchi difese con vigore l’acquisto, firmando un aggressivo memoriale di risposta all’interrogazione che un anno più tardi portò in Parlamento una polemica a tinte grottesche che già divampava sui giornali di tutto il mondo. 

La Corte dei Conti si è concentrata sulla valutazione che Cecchi dette alla perizia del venditore (la definì oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (incomprensibilmente sdoganato come attendibile e autorevole da un passivo Comitato tecnico scientifico). Senza che l’attuale sottosegretario pensasse a coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente. 

Nell’operazione, tra buchi e omissioni, i misteri del caso. 

Cecchi non riuscì a farsi dire da dove venisse davvero l’opera (finendo così per girare al pubblico del Tg1 l’ipotesi della “derivazione fiorentina”: mentre il Cristo proveniva dagli Stati Uniti, dove era stato acquistato per diecimila euro). Inoltre non si preoccupò di indagare sul perché l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse saggiamente rinunciato all’acquisto pochi mesi prima e permise che a certificare il prezzo fosse Cristina Acidini, la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. 

Soprattutto, non si chiese Cecchi, perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale (18 milioni) posta all’allora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato. 

Oggi, in luogo di un artista, ad essere crocifisso è Cecchi e la sua idea di un ‘Michelangelo portatile’ adatto all’industria delle mostre commerciali che promuovono soprattutto chi le organizza. Cecchi, Il supertecnico che intervistato dal Corsera qualche giorno fa ha dichiarato di considerare suo nemico mortale Italia Nostra, la principale associazione per la difesa del patrimonio e del paesaggio italiani, della macchina delle mostre blockbuster è spassionato sostenitore. Non è detto che tra qualche mese, da privato cittadino, non possa promuoverne a pieno titolo.


E aggiungo questa breve rassegna stampa partendo dal blog nonleggerlo.blogspot che ha riunito le dichiarazioni di quel dicembre 2008. Tra l'eccitazione generale per l'affarone appena concluso, ecco che si diceva del "capolavoro di Michelangelo" (link).


Acidini, attendo di conoscere addebiti su crocifisso Michelangelo (adnkronos)

Caso del Crocifisso, Bondi difende l'acquisto (corriere.it)

Bondi: ''Giusto l'acquisto del crocifisso attribuito a Michelangelo'' (adnkronos)

Dubbi sul Crocifisso attribuito a MichelangeloChiesti i danni per l'acquisto (corriere)

Il Crocifisso senza museopolemiche e misteri (repubblica)

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