Visualizzazione post con etichetta futurismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta futurismo. Mostra tutti i post

sabato 21 febbraio 2015

Come Van Gogh vedeva il reale

Storia dell'arte e ipnosi. L'ossessione del vortice, ovvero come Van Gogh vedeva il reale e come vide la notte stellata poco prima dell'alba del 19 giugno 1889. Ci voleva questo video per farmelo immaginare. Aprite su un'altra finestra l'opera a schermo intero, fate partire il filmato, guardatelo per circa un minuto dopodiché fissate la tela. Altro che neuroni specchio, funziona anche con altre opere (Ulivi e Campi su tutti) ma con questa è sorprendente. Provate poi a guardare similmente un'opera Futurista, in particolare di Balla o Boccioni, e comprenderete il grado e la qualità del loro studio sul movimento e la simultaneità.




mercoledì 1 agosto 2012

Distruggiamo Venezia

VENEZIA - La distruzione di Venezia tra mega-navi e grattacieli
SALVATORE SETTIS
La Repubblica, 31 luglio 2012

C’È UNA nuova moda tra i potenti: profanare Venezia. In barba alle leggi e asservendo le istituzioni. Tre eventi in sequenza non lasciano dubbi in proposito. Atto primo: dopo l’incidente della Costa Concordia naufragata al Giglio con gravi perdite umane e disastro ambientale, da tutto il mondo venne la richiesta che si stabilissero :«Nuove regole per quei colossi».
SPECIALMENTE nel punto più prezioso e fragile, Venezia. E infatti il decreto è arrivato in marzo, e vieta “inchini” e passaggi a meno di due miglia nautiche dalla costa (quasi quattro chilometri). Con una sola eccezione: Venezia, dove enormi navi, da 40.000 tonnellate e oltre, sfiorano ogni giorno Palazzo Ducale, incombono sulla città, inquinano la laguna, oltraggiano lo skyline di Venezia e i suoi cittadini. Venezia dunque “fa eccezione”, ma non perché è più protetta, come il mondo si aspetta, bensì perché non lo è affatto (due incidenti evitati per pochi metri negli ultimi sei mesi).

Secondo atto: Benetton compra il Fondaco dei Tedeschi, prezioso edificio di primo Cinquecento ai piedi del ponte di Rialto, per farne «un megastore di forte impatto simbolico». Accettabile, vista l’antica destinazione commerciale di quella fabbrica illustre. Ma Rem Koolhaas, l’architetto incaricato della ristrutturazione, disegna un neo-Fondaco con sopraelevazione, mega-terrazza con vista su Rialto e scale mobili che violentano da lato a lato l’armonioso cortile. Dopo la denuncia di questo giornale (“Quel centro commerciale che ferisce Venezia”, 13 febbraio) e di molti altri, dopo il parere negativo della Soprintendenza, Koolhaas insiste: «Faremo il progetto, al diavolo il contesto, è quello che paralizza la nuova architettura». Profanare un edificio storico è dunque parte del “forte impatto simbolico” commissionato da Benetton.

Il terzo atto è di questi giorni: Pierre Cardin, memore delle sue origini venete, a 90 anni vuol lasciare un segno in Laguna. Costruendo a Marghera un Palais Lumière da un miliardo e mezzo, alto 250 metri, superficie totale 175mila metri quadrati. Tre torri intrecciate, 60 piani abitabili, un’università della moda e poi uffici negozi, alberghi, centri congressi, ristoranti,
megastore, impianti sportivi. Una città verticale, un’occasione unica per il recupero di un’area industriale in degrado. Ma la Torre di Babele targata Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alta 140 metri in più del campanile di San Marco, e svettando su Marghera segnerebbe duramente lo skyline di Venezia, in barba a tutte le norme urbanistiche: impossibile non vederla da piazza San Marco, anzi da tutta la città. Specialmente di notte, perché il mastodonte, illuminatissimo, meriti il nome di
Palais Lumière.

Non solo: sarebbe sulla rotta degli aerei, e violerebbe di ben 110 metri i limiti di altezza imposti dall’Enac (Ente
nazionale aviazione civile). Ma se l’Enac risponde picche, Cardin non demorde: o un sì integrale al progetto, o il suo palazzo emigrerà in Cina.

Che cos’hanno in comune questi tre episodi? Sono tre occasioni per Venezia. Ma perché, se vogliamo portare turisti a Venezia per mare, va fatto con meganavi superinquinanti che s’insinuano in città come altrettanti grattacieli? Perché, se vogliamo
recuperare all’uso commerciale il Fondaco dei Tedeschi, dobbiamo violarne l’architettura? Perché Cardin non può, nei 250mila metri quadrati del parco che avrebbe a disposizione, edificare due, tre torri più basse, con la stessa superficie totale? C’è una sola risposta: in tutti questi casi, oltraggiare Venezia non è una conseguenza non prevista, ma il cuore del progetto. E’ essenziale profanare questa città gloriosa che infastidisce i sacerdoti della modernità quanto una vergine restia può irritare un dongiovanni che si crede irresistibile. 

La profanazione, anzi la visibilità della profanazione, ha una forte carica simbolica, è uno statement di iper-modernità rampante e volgare, che si vuol prendere la rivincita sul passato, umiliare Venezia guardandola dall’alto di una mega-nave o di una superterrazza a piombo su Rialto, o di un grattacielo a Marghera. Pazienza se (lo ha scritto Italia Nostra) l’Unesco dovesse cancellare Venezia dalle sue liste, dato che nel 2009 lo ha fatto con Dresda, dopo la costruzione di un ponte visibile dalla città barocca.

Ma c’è un altro denominatore comune: i soldi. 
In tutti e tre i casi, il ricatto è lo stesso: senza le mega-navi calano i turisti; per avere la mega-torre di Marghera e la mega-terrazza del Fondaco bisogna ubbidire al committente senza fiatare. 

E le istituzioni? Prone ai voleri del dio Mercato, sono pronte a tutto: nel caso del Fondaco, il Comune ha accettato da Benetton una sorta di “bonus” di 6 milioni promettendo in cambio di permettere (e far permettere) tutto; il sindaco Orsoni dichiara che «è assurdo mettersi di traverso a Cardin». 

Intanto il presidente della regione Zaia incensa lo stilista paragonandolo a Lorenzo il Magnifico (forse non ricordava il nome di nessun doge), e chiede «che il ministro Passera si metta una mano sul cuore» e induca l’Enac a chiudere un occhio: anche la sicurezza dei voli dovrà pur inchinarsi al Denaro. 

In questa squallida sceneggiata, due sono le vittime: non solo Venezia (e i veneziani), ma anche la legalità, sfrattata a suon di milioni.
E intanto Pierre Cardin ha già messo in vendita gli appartamenti del Palais Lumière, con un annuncio diffuso a Parigi, in cui lo si vede torreggiare sullo sfondo di una Venezia ridotta a miniatura. La legalità può aspettare, la Costituzione può andare in soffitta.

P.s. E che Venezia sia da sempre meta di attacchi lo dimostra questo volantino lanciato dai futuristi



Contro la Venezia passatista
27 aprile 1910
L'8 luglio 1910, 800.000 foglietti contenenti questo manifesto furono lanciati dai poeti e dai pittori futuristi della Torre dell'Orologio sulla folla che tornava dal Lido.

Contro la Venezia passatista

Noi ripudiamo l'antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.
Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell'imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo.
Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo rianimare e nobilitare il popolo veneziano, decaduto dalla sua antica grandezza, morfinizzato da una vigliaccheria stomachevole ed avvilita dall'abitudine dei suoi piccoli commerci loschi.
Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico, gran lago Italiano.
Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi.
Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l'imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.
Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo

Gerardo Dottori, Venezia, 1932
e anche certa cinematografia americana sempre in prima linea quando si tratta di distruggere monumenti italiani

mercoledì 28 settembre 2011

Paleofuturismo

Cinghiale dalle grotte di Altamira
Balla - Dinamismo di un cane al guinzaglio

mercoledì 1 dicembre 2010

La foto di gruppo dei futuristi

Visto che non si trova sul web un'immagine decente di questa bellissima fotografia storica la inserisco io. Da sinistra Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Gino Severini.

lunedì 16 novembre 2009

Ricostruzione futurista dell’universo

title

Tra i tanti manifesti e scritti del futurismo questo sinceramente mi mancava e lo trovo veramente geniale (cliccate sull’immagini). Il testo è tratto da questo bellissimo sito realizzato dall’architetto Maurizio Castelvetro e dedicato alla concezione architettonica futurista che si può riassumere con due termini espressivi lirismo e dinamismo.

http://www.rebel.net/~futurist/indiceframe.htm

ESP_20080215_MI_20

A riguardo segnalo anche quest’altro sito comprendente tutti i manifesti: http://www.futur-ism.it/home.asp

martedì 31 marzo 2009

Totò e le avanguardie

Sfogliando su Google Book il testo di Andrea de Iorio “La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano”, testo secondo me fondamentale per comprendere gli innumerevoli significati dei gesti presenti nelle opere d’arte o nelle iconografie più ermetiche, il quale, anticipando quasi le famose pathosformel di Warburg, ricerca nella mimica sopravvivenze classiche, mi sono imbattuto in questa illustrazione dal titolo “La scuola de’ mangia-maccheroni”

LA SCUOLA DE MANGIA-MACCHERONI

che subito mi ha rimandato ad un’altra celebre immagine-icona del nostro cinema italiano, la famosa scena del pranzo in “Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli con l’affamato Totò a caccia di maccheroni.

miseria_nobilta4

Da Napoli, Totò ha assorbito la cultura del "pazzariello" e quella del "pulcinella", l'arte dell'imbroglio e il gusto del sofismo, la tecnica della pernacchia e la tattica del sarcasmo. Oltre a quella straordinaria mistura di comico e di tragico, di senso della morte e di amore per la vita, che fa del suo personaggio un unicum irripetibile e di valore universale. Prendete il suo "costume di scena", quasi una divisa: dai pantaloni corti "a saltafossi" all'immancabile fracchesciacche (il frac largo e lungo) fino al laccio da scarpe allacciato al collo della camicia a mo' di cravattino, tutto esprime l'idea napoletanissima dell'omino povero ma dignitoso, inserito nel sistema ma capace di mandarlo a gambe all'aria con la sua logica del non-senso e del ridicolo. Per non parlare della sua faccia asimmetrica e surreale, quasi fosse una scultura di Boccioni, una maschera unica e studiata per creare effetti di straniamento e di automatismi meccanici e marionettistici, come nello “sganciarsi” della mascella e del collo.

Ebbene questa logica del non-senso rimanda ad un altro aspetto del comico che si lega, in modo molto calzante, con le tendenze artistiche e con le avanguardie attive nel periodo della sua formazione artistica, quando lavorava nei cabaret e nell’avanspettacolo ed il varietà era fatto da sketch veloci e brillanti, astratti e buffoneschi, nei quali univa le farse napoletane, il teatro di Scarpetta, la vivacità di Petrolini e gli snodamenti di Gustavo de Marco, come si vede in questa scena del film “Yvonne de la nuit”, rifacimento cinematografico della scenetta del “Bel ciccillo”.

De marco, in particolare, fu uno degli attori più seguiti ed ai quali più si ispirò; un attore che, sfruttando un corpo incredibilmente disarticolato, raggiunse gli onori della ribalta sino al punto da essere soprannominato “l’uomo di gomma”, e fu uno degli artisti più attivi in una realtà comunque ricca di talenti al servizio del futurismo, in una città dove tale movimento aveva attecchito con una straordinaria intensità e spigliatezza.

Il futurismo di Totò, allora, aldilà dell’incontro con Bragaglia, all’epoca già uscito dal futurismo, regista di “Animali pazzi”, non deve apparire come una considerazione tanto astratta; come scrisse Mario Verdone negli anni ‘50: “Non sarebbe esagerato affermare che col volto di Totò, col solo volto, si potrebbe fare un ‘tre minuti’ di avanguardia. La pagina cinematografica si ridurrebbe a un grande primo piano dove le ciglia che si spostano, la bocca che si restringe o si rischiara, scriverebbero le parole”.

Riguardo l’arte futurista solo il teatro di varietà infatti, come riporta il manifesto, era scampato al rifiuto del passato da parte di Marinetti; avvertito come sovversivo, moderno, veloce, anti-lirico e capace di stupire, il genere teatrale era diventato un modello da imitare poiché rappresentava la sintesi di tutto ciò che i futuristi chiedevano: velocità, utilizzo di varie discipline (tra cui il cinematografo, simbolo di modernità) che lavorano in sinergia tra loro, cinismo espressivo, rumorosità, punto di incontro tra differenti strati sociali, abbandono del bon-ton a favore della parola libera; teatro dello “stupore, del record, della fisicofollia”.

Ebbene l’agire di Totò, in particolare nei primi film, richiama molto questa ricerca dell’assurdo, del non-senso, del cinismo; nella ingenua maschera da Pulcinella o Pinocchio così si cela un “dis-umano come un burattino, super-umano come un diavolo, pseudo-umano come un automa, ultra-umano come uno spettro” (cfr. Alberto Anile, Totò prima e dopo, 2003). Come non ricordare il Pinocchio-marionetta di “Totò a colori”.

Ma il futurismo di Totò sta forse ancor più nel linguaggio, ovvero nello sganciamento del linguaggio, nella ricerca del non-senso (“è la somma che fa il totale”), nei giochi grammaticali, fonetici e di parole (“parli come badi”, “bazzecole, quisquiglie, pinzellacchere”), nell’inversione (“ogni limite ha una pazienza”) e nella sinestesia (“Guarda Omar quant’è bello!”); e sta anche nel tono di certi discorsi i quali, rifacendosi ironicamente a quelli del Duce, avevano come base culturale i toni arditi e violenti delle acclamazioni di Marinetti; e come non pensare poi alla mitica scena di "Totò, Peppino e la malafemmina" in cui il grande comico scrive la famosa lettera alla medesima con l' ausilio di De Filippo ("Punto, punto e virgola, abbondiamo, così non dicono che siamo tirati...")? "Ma è ovvio, quello è un testo futurista, dietro c' è tutto il Dadaismo con la scomposizione della sintassi e della punteggiatura", scriverà Achille Bonito Oliva.



E proprio Bonito Oliva, il quale ha realizzato il soggetto e la sceneggiatura del film "Toto'modo, l'arte spiegata anche ai bambini“, una sorta di Blob del Totò più sperimentale, ha detto “E’ stato proprio Totò il più grande critico d’arte” motivando questa affermazione con una serie di esempi cinematografici il cui il Principe de Curtis si raffrontava con l’arte e agli artisti o faceva avanguardia vera e propria. “Il mio progetto è stato quello di trarre da tutti i film di Totò brani in cui lui fa l'artista o parla d'arte. Questi brani li ho montati in maniera assolutamente elementare – il mio intervento è minimale – e ho proposto come didascalia il movimento artistico corrispondente al discorso che Totò recita anche involontariamente; quindi ho costruito una sorta di Frankenstein della critica” sostiene il critico e aggiunge “Totò sviluppa un linguaggio che di per sé noi possiamo piegare e utilizzare per realizzare una sorta di storia dell'arte spiegata anche ai bambini”.

Si comincia con una magnifica scheggia di "Totò cerca moglie". Uno scultore contemporaneo illustra le sue realizzazioni. Quel telaio di ferro rotondo è una Venere ("è meglio di quella di Milo perché con questa ci puoi sturare il lavandino"), un blocco di marmo quadrato è una "Madre col bambino che piange" ("la madre e' andata via, il bambino piangeva ed è andato a cercarla"). Perciò si dichiara "maestro dell' assenteismo, perche' nelle mie opere manca sempre qualcosa". Per Bonito Oliva "siamo alla sintesi estrema dell' astrattismo, depurata dalla fumosità dei vecchi tromboni alla Consagra e alla Dorazio".

Seguono ampi stralci da "Totò , Eva e il pennello proibito" in cui Totò-Scorcelletti è un copista invitato a Madrid per "replicare" la "Maya desnuda" del Goya e teorizza la superiorità di chi ripete rispetto a chi crea ("Ma guarda tu, la Maya di questo Goya è identica, precisa alla mia... tutti sono capaci di fare, ma è copiare che è veramente difficile"); o quando all’inizio cerca di riprodurre la Gioconda ritraendo le fattezze del suo allievo. Per l' Achille critico "Toto' anticipa l' Anacronismo teorizzato faticosamente, con enfasi e molti anni dopo da Maurizio Calvesi". Una profezia dell' arte povera sarebbe invece quel passaggio di "Toto' cerca moglie" in cui lo scultore copia dal buco della serratura la modella del collega De Pizzis: "Io non la desidero...io considero e osservo". Anche qui Bonito Oliva mette mano alla carta vetrata: "Prima abbiamo parlato di tromboni, adesso direi che Totò è arrivato prima delle varie trombette come Kounellis, De Dominicis e Pistoletto". In "Toto' a colori" c' è l' interminabile concerto in piazza che fa infuriare il boss italo americano rientrato al paesello natio ("era la parodia di quei compositori pre Nino Rota che saccheggivano i classici o orecchiavano gli stranieri"), significativa anche per il ricorso alla sinestesia nel legare il finale dell’orchestra a un fantomatico sparo pirotecnico riprodotto con i gesti, vera operazione di avanguardia; e come non ricordare il profondo apprezzamento per il Picassò.

Sempre in “Totò, Peppino e la malafemmina” si cimenta in un’analisi architettonica del Duomo di Milano, scambiato per la Scala (“che si trova dentro”), definito uno “stile etrusco, un mezzovale” o scambia la Galleria per l’Arco di Tito; e in "Signori si nasce" Totò prova a imbrogliare il fratello Peppino De Filippo proponendogli la costruzione di una mega tomba di famiglia: "Sarà tutta in marmo nero, otto colonne e su ogni colonna un angioletto, uno scalone con settanta gradini, archi di trionfo della morte, piscina quadrata e lacrimatoio". ABO: "Come non pensare a un' opera della post avanguardia, diciamo alla Paolo Portoghesi? C' è lo stile eclettico e le citazioni del caso". Ma gli esempi sono tanti ancora; come non pensare all’assurda scena de “L’imperatore di Capri” che vede Totò far visita alla baronessa von Krapfen entrando in un’inquietante casa la cui scenografia, curata da Carlo Egidi, non ha nulla da invidiare all’arte surrealista o alle sculture create da un impazzito Totò serial-killer che usa le braccia delle vittime murate come porta-lampade, come neanche Hirst potrebbe inventarsi, nel film “Che fine ha fatto Totò Baby?”.

Per concludere ecco cosa avrebbe risposto Totò alla sua presunta autorevolezza di critico d’arte: “Futurista, impressionista, realista? Veramente io sono socialdemocratico monarchico napoletano”(Totò cerca casa).


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...