martedì 31 marzo 2009

Totò e le avanguardie

Sfogliando su Google Book il testo di Andrea de Iorio “La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano”, testo secondo me fondamentale per comprendere gli innumerevoli significati dei gesti presenti nelle opere d’arte o nelle iconografie più ermetiche, il quale, anticipando quasi le famose pathosformel di Warburg, ricerca nella mimica sopravvivenze classiche, mi sono imbattuto in questa illustrazione dal titolo “La scuola de’ mangia-maccheroni”

LA SCUOLA DE MANGIA-MACCHERONI

che subito mi ha rimandato ad un’altra celebre immagine-icona del nostro cinema italiano, la famosa scena del pranzo in “Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli con l’affamato Totò a caccia di maccheroni.

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Da Napoli, Totò ha assorbito la cultura del "pazzariello" e quella del "pulcinella", l'arte dell'imbroglio e il gusto del sofismo, la tecnica della pernacchia e la tattica del sarcasmo. Oltre a quella straordinaria mistura di comico e di tragico, di senso della morte e di amore per la vita, che fa del suo personaggio un unicum irripetibile e di valore universale. Prendete il suo "costume di scena", quasi una divisa: dai pantaloni corti "a saltafossi" all'immancabile fracchesciacche (il frac largo e lungo) fino al laccio da scarpe allacciato al collo della camicia a mo' di cravattino, tutto esprime l'idea napoletanissima dell'omino povero ma dignitoso, inserito nel sistema ma capace di mandarlo a gambe all'aria con la sua logica del non-senso e del ridicolo. Per non parlare della sua faccia asimmetrica e surreale, quasi fosse una scultura di Boccioni, una maschera unica e studiata per creare effetti di straniamento e di automatismi meccanici e marionettistici, come nello “sganciarsi” della mascella e del collo.

Ebbene questa logica del non-senso rimanda ad un altro aspetto del comico che si lega, in modo molto calzante, con le tendenze artistiche e con le avanguardie attive nel periodo della sua formazione artistica, quando lavorava nei cabaret e nell’avanspettacolo ed il varietà era fatto da sketch veloci e brillanti, astratti e buffoneschi, nei quali univa le farse napoletane, il teatro di Scarpetta, la vivacità di Petrolini e gli snodamenti di Gustavo de Marco, come si vede in questa scena del film “Yvonne de la nuit”, rifacimento cinematografico della scenetta del “Bel ciccillo”.

De marco, in particolare, fu uno degli attori più seguiti ed ai quali più si ispirò; un attore che, sfruttando un corpo incredibilmente disarticolato, raggiunse gli onori della ribalta sino al punto da essere soprannominato “l’uomo di gomma”, e fu uno degli artisti più attivi in una realtà comunque ricca di talenti al servizio del futurismo, in una città dove tale movimento aveva attecchito con una straordinaria intensità e spigliatezza.

Il futurismo di Totò, allora, aldilà dell’incontro con Bragaglia, all’epoca già uscito dal futurismo, regista di “Animali pazzi”, non deve apparire come una considerazione tanto astratta; come scrisse Mario Verdone negli anni ‘50: “Non sarebbe esagerato affermare che col volto di Totò, col solo volto, si potrebbe fare un ‘tre minuti’ di avanguardia. La pagina cinematografica si ridurrebbe a un grande primo piano dove le ciglia che si spostano, la bocca che si restringe o si rischiara, scriverebbero le parole”.

Riguardo l’arte futurista solo il teatro di varietà infatti, come riporta il manifesto, era scampato al rifiuto del passato da parte di Marinetti; avvertito come sovversivo, moderno, veloce, anti-lirico e capace di stupire, il genere teatrale era diventato un modello da imitare poiché rappresentava la sintesi di tutto ciò che i futuristi chiedevano: velocità, utilizzo di varie discipline (tra cui il cinematografo, simbolo di modernità) che lavorano in sinergia tra loro, cinismo espressivo, rumorosità, punto di incontro tra differenti strati sociali, abbandono del bon-ton a favore della parola libera; teatro dello “stupore, del record, della fisicofollia”.

Ebbene l’agire di Totò, in particolare nei primi film, richiama molto questa ricerca dell’assurdo, del non-senso, del cinismo; nella ingenua maschera da Pulcinella o Pinocchio così si cela un “dis-umano come un burattino, super-umano come un diavolo, pseudo-umano come un automa, ultra-umano come uno spettro” (cfr. Alberto Anile, Totò prima e dopo, 2003). Come non ricordare il Pinocchio-marionetta di “Totò a colori”.

Ma il futurismo di Totò sta forse ancor più nel linguaggio, ovvero nello sganciamento del linguaggio, nella ricerca del non-senso (“è la somma che fa il totale”), nei giochi grammaticali, fonetici e di parole (“parli come badi”, “bazzecole, quisquiglie, pinzellacchere”), nell’inversione (“ogni limite ha una pazienza”) e nella sinestesia (“Guarda Omar quant’è bello!”); e sta anche nel tono di certi discorsi i quali, rifacendosi ironicamente a quelli del Duce, avevano come base culturale i toni arditi e violenti delle acclamazioni di Marinetti; e come non pensare poi alla mitica scena di "Totò, Peppino e la malafemmina" in cui il grande comico scrive la famosa lettera alla medesima con l' ausilio di De Filippo ("Punto, punto e virgola, abbondiamo, così non dicono che siamo tirati...")? "Ma è ovvio, quello è un testo futurista, dietro c' è tutto il Dadaismo con la scomposizione della sintassi e della punteggiatura", scriverà Achille Bonito Oliva.



E proprio Bonito Oliva, il quale ha realizzato il soggetto e la sceneggiatura del film "Toto'modo, l'arte spiegata anche ai bambini“, una sorta di Blob del Totò più sperimentale, ha detto “E’ stato proprio Totò il più grande critico d’arte” motivando questa affermazione con una serie di esempi cinematografici il cui il Principe de Curtis si raffrontava con l’arte e agli artisti o faceva avanguardia vera e propria. “Il mio progetto è stato quello di trarre da tutti i film di Totò brani in cui lui fa l'artista o parla d'arte. Questi brani li ho montati in maniera assolutamente elementare – il mio intervento è minimale – e ho proposto come didascalia il movimento artistico corrispondente al discorso che Totò recita anche involontariamente; quindi ho costruito una sorta di Frankenstein della critica” sostiene il critico e aggiunge “Totò sviluppa un linguaggio che di per sé noi possiamo piegare e utilizzare per realizzare una sorta di storia dell'arte spiegata anche ai bambini”.

Si comincia con una magnifica scheggia di "Totò cerca moglie". Uno scultore contemporaneo illustra le sue realizzazioni. Quel telaio di ferro rotondo è una Venere ("è meglio di quella di Milo perché con questa ci puoi sturare il lavandino"), un blocco di marmo quadrato è una "Madre col bambino che piange" ("la madre e' andata via, il bambino piangeva ed è andato a cercarla"). Perciò si dichiara "maestro dell' assenteismo, perche' nelle mie opere manca sempre qualcosa". Per Bonito Oliva "siamo alla sintesi estrema dell' astrattismo, depurata dalla fumosità dei vecchi tromboni alla Consagra e alla Dorazio".

Seguono ampi stralci da "Totò , Eva e il pennello proibito" in cui Totò-Scorcelletti è un copista invitato a Madrid per "replicare" la "Maya desnuda" del Goya e teorizza la superiorità di chi ripete rispetto a chi crea ("Ma guarda tu, la Maya di questo Goya è identica, precisa alla mia... tutti sono capaci di fare, ma è copiare che è veramente difficile"); o quando all’inizio cerca di riprodurre la Gioconda ritraendo le fattezze del suo allievo. Per l' Achille critico "Toto' anticipa l' Anacronismo teorizzato faticosamente, con enfasi e molti anni dopo da Maurizio Calvesi". Una profezia dell' arte povera sarebbe invece quel passaggio di "Toto' cerca moglie" in cui lo scultore copia dal buco della serratura la modella del collega De Pizzis: "Io non la desidero...io considero e osservo". Anche qui Bonito Oliva mette mano alla carta vetrata: "Prima abbiamo parlato di tromboni, adesso direi che Totò è arrivato prima delle varie trombette come Kounellis, De Dominicis e Pistoletto". In "Toto' a colori" c' è l' interminabile concerto in piazza che fa infuriare il boss italo americano rientrato al paesello natio ("era la parodia di quei compositori pre Nino Rota che saccheggivano i classici o orecchiavano gli stranieri"), significativa anche per il ricorso alla sinestesia nel legare il finale dell’orchestra a un fantomatico sparo pirotecnico riprodotto con i gesti, vera operazione di avanguardia; e come non ricordare il profondo apprezzamento per il Picassò.

Sempre in “Totò, Peppino e la malafemmina” si cimenta in un’analisi architettonica del Duomo di Milano, scambiato per la Scala (“che si trova dentro”), definito uno “stile etrusco, un mezzovale” o scambia la Galleria per l’Arco di Tito; e in "Signori si nasce" Totò prova a imbrogliare il fratello Peppino De Filippo proponendogli la costruzione di una mega tomba di famiglia: "Sarà tutta in marmo nero, otto colonne e su ogni colonna un angioletto, uno scalone con settanta gradini, archi di trionfo della morte, piscina quadrata e lacrimatoio". ABO: "Come non pensare a un' opera della post avanguardia, diciamo alla Paolo Portoghesi? C' è lo stile eclettico e le citazioni del caso". Ma gli esempi sono tanti ancora; come non pensare all’assurda scena de “L’imperatore di Capri” che vede Totò far visita alla baronessa von Krapfen entrando in un’inquietante casa la cui scenografia, curata da Carlo Egidi, non ha nulla da invidiare all’arte surrealista o alle sculture create da un impazzito Totò serial-killer che usa le braccia delle vittime murate come porta-lampade, come neanche Hirst potrebbe inventarsi, nel film “Che fine ha fatto Totò Baby?”.

Per concludere ecco cosa avrebbe risposto Totò alla sua presunta autorevolezza di critico d’arte: “Futurista, impressionista, realista? Veramente io sono socialdemocratico monarchico napoletano”(Totò cerca casa).


lunedì 30 marzo 2009

For Contemporary art Lovers



Edicola Notte nasce nel 1990 nel cuore di Roma, a Trastevere, come Non profit Artist Space; lo spazio espositivo più piccolo e suggestivo della Capitale. Ideata dall’artista H.H.Lim per gli artisti, Edicola Notte è uno spazio di un metro per sette visibile dalla vetrina che affaccia su Vicolo del Cinque, cuore della movida trasteverina, tutti i giorni dalle 20:00 alle 3:00 del mattino. Edicola Notte ha ospitato artisti affermati internazionali e non, che hanno realizzato appositamente per questo limitato spazio progetti di grande importanza e opere molto significative. Da qui sono passati numerosi artisti tra cui Enzo Cucchi, Maurizio Mochetti, Carla Accardi, Jannis Kounellis, Yan Pei-Ming, Wang Du, Yang Jiechang, Sislej Xhafa, fino ad arrivare alla giovanissima Micol Assaël.

Martedì 31 marzo Edicola Notte presenterà, 24 ore non stop, il progetto di Sislej Xhafa dal tautologico titolo di “Edicola Notte”.

La morte del dandy


Un piccolo esempio di come la pubblicità, molto spesso, sia debitrice alle iconografie artistiche e come pathosformel sopravvivano nel corso del tempo, sganciate dai loro originali significati, ma lo stesso significanti quali schemi e veicoli di forme retoriche. La cultura dell'immagine, che porta all'ennesima potenza la sua valenza, non riesce a prescindere dalla memoria collettiva e dai gesti cristallizzati nelle varie epoche e culture. Ispirandomi agli articoli del sito http://www.engramma.it/ (mio fratello maggiore:) ho realizzato questa piccola e suggestiva slide.

giovedì 26 marzo 2009

La forma della città

Visto che in questi giorni è tanto di attualità il "piano casa" con la ventilata proposta della possibilità dell'aumento della cubatura per ogni immobile del 20%, senza ricorso al condono, non è lontana l'ipotesi di una nuova colata di cemento su tutta l'Italia, il cui territorio, negli ultimi anni, è stato il più cementificato in Europa, subendo disastri immensi e forse non più rimediabili. Considerazioni tecniche a parte, però, la mia preoccupazione riguarda l'impatto estetico di queste speculazioni edilizie e la percezione del mondo che avremo intorno sempre più lontano dalla bellezza e dall'armonia. La forma della città non è una trovata ambientalista degli ultimi anni, ma un'idea antica quanto l'uomo il quale si è sempre cimentato nel creare il proprio ambiente quanto più armonico e sostenibile possibile. Senza andare troppo indietro agli agglomerati romani definiti dagli incroci dei cardi e dei decumani, basti pensare alle speculazioni rinascimentali per considerare come il problema della sostenibilità delle città non fosse solo si natura meramente economica, ma politica, nel senso di bene pubblico. La città ideale altro non è che il riflesso positivo nella vita collettiva dell'armonia architettonica e gli esempi sono tanti: Sforzinda progettata dal Filarete, gli schemi di Francesco di Giorgio Martini e di Giorgio Vasari, la città di Vincenzo Scamozzi o Pietro Cattaneo, fino alla città sognata da Fra Giocondo, riflesso in terra della Gerusalemme Celeste, vero prototipo della città universale. Ecco allora che parlare di estetica della città non consiste solo nel parlare del decoro urbano, ma di un problema che può portare a trasformazioni antropologiche e culturali, ad un'assuefazione al brutto e al degrado che violenterebbe le pur minime possibilità di riscatto; la percezione positiva del proprio ambiente dovrebbe infatti essere il primo tassello di riscatto sociale. E' pur vero che è cambiato il rapporto tra uomo e natura ma la cultura della città, dalla metà dell'800, registra un processo di disintegrazione che è, in primo luogo, disintegrazione dei valori; ecco così, in questo caso, ancora una volta illuminante, e anticipatore, è stato Pasolini che, partendo dalla distruzione visiva di un paesaggio, arrivava a concepire, già dagli anni '60, l'omologazione sconvolgente che avrebbe portato la civiltà dei consumi. Profetico.

cfr. B. Zevi. Controstoria dell'architettura italiana. Paesaggi e città, Roma 1995

M. Romano, La città come opera d'arte, 2008

F. Sansa, M. Preve, Il partito del cemento, 2008


"Il fin la meraviglia"

cappella di sant'Ignazio al Gesù (la tela e la statua)

Per chi dovesse trovarsi in centro a Roma verso il tardo pomeriggio non può perdersi lo spettacolo di una delle più suggestive macchine barocche ideate nel '600. Ogni giorno infatti alle 17:30, tra suoni e luci, nalla splendida chiesa del Gesù, nei pressi di Largo Argentina, viene attivata la macchina dell'altare di sant'Ignazio di Loyola, nella cappella omonima disegnata e completata dal padre gesuita Andrea Pozzo.

Dopo molti anni nei quali era possibile vedere solo la grande pala d'altare attribuita allo stesso Pozzo, e che rappresenta il Santo che riceve da Cristo risorto il vessillo con il monogramma del nome di Gesù, simbolo della compagnia, in realtà oggi si scopre che la tela fa solo da sipario alla momumentale statua di Ignazio, fondatore della Compagnia, (opera di Pierre II Le Gros, ricostruita da Adamo Tadolini), il quale, in un trionfo di argenti ed ori, angeli e pietre preziose, si proietta in avanti verso la sua glorificazione.


Grazie ad una grande campagna di restauro infatti, e alla risistemazione del sistema di carrucole della macchina per la movimentazione della tela, è stato possibile riproporre quel meccanismo che tanto dovette suscitare emozioni e sorpresa un tempo tra i fedeli: la macchina è una specie di "cinematografo" dell'epoca, o meglio, un teatro, e quindi c’è la tela del Pozzo che fa vedere la missione che riceve Sant’Ignazio e poi, quando si scopre la statua, Sant’Ignazio che ha compiuto il suo servizio ed entra nella gloria, materializzato e sfavillante nello sfarzo della preziosa matericità della sua statua; un miracolo ricostruito.

Un artificio barocco, la ricerca della sorpresa e del consenso tramite lo stupore, una cappella che si fa didattica per immagini, che cerca la meraviglia e il consenso in uno dei luoghi cardine della lotta controriformistica delle Chiesa, un gioiello del Barocco romano, un miracolo di artificio e di materializzazione di un concetto, teatralità e suggestione. Semplicemente "meraviglia".

Le Gros-Tadolini-Statua di san'Ignazio

mercoledì 25 marzo 2009

La bocca del ventre

Raffaello-santa margherita
Santa Margherita d'Antiochia fu una santa importante, in particolare nel medioevo, quando fu inserita tra i "quattordici Santi Ausiliatori", nome col quale venivano designati un gruppo di 14 santi alla cui intercessione il popolo cristiano soleva far ricorso nei momenti difficili dell'esistenza. Essi sono: Acacio, Egidio, Barbara, Biagio, Cristoforo, Ciriaco, Dionigi, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Caterina, Margherita, Pantaleone e Vito.

Secondo la Passio un giorno, mentre conduceva le pecore al pascolo, Margherita, venne notata da Oliario, nuovo governatore della provincia che, rimasto colpito dalla sua bellezza, ordinò che gli fosse condotta dinnanzi. Dopo un lungo colloquio il governatore non riuscì nell'intento di convincere Margherita a diventare sua sposa, essa si dichiarò subito cristiana e fu irremovibile nel professare la sua fede e difendere la sua verginità. Il governatore, dopo un lungo interrogatorio, alle risposte di Margherita, controbatte con la flagellazione e l'incarcerazione. Secondo la tradizione, in carcere a Margherita appare il demonio sotto forma di un terribile drago, che la inghiotte, ma lei armata da una croce che teneva tra le mani, squarcia il ventre del mostro sconfiggendolo.

Da questo fantastico episodio nacque nella devozione popolare quella virtù riconosciuta a Margherita di ottenere, per la sua intercessione, un parto facile alle donne che la invocano prima dell'inizio delle doglie, diventando così protettrice delle partorienti.

In questa stupenda opera di Raffaello del 1518, presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna, vediamo la santa, in una posa classica a chiasmo, reggere il crocefisso, impassibile dopo l'uscita dal ventre del mostro; quello che mi colpisce però è l'orrenda bocca del drago così orribilmente spalancata ed innaturale, un vuoto e un grido rosa che calamita subito l'occhio dell'osservatore. In questa bocca allora, considerando il ruolo di Margherita quale protettrice delle partorienti e le modalità della sua uscita dal ventre della bestia, non è assurdo vedervi la rappresentazione (non so quanto inconscia) di una enorme vagina.

San Paolo e l'Apocalisse

Giudizio finale-da Les Très Riches Heures du duc de Berry


Il centre culturel saint Louise de France organizzerà per il giorni 27 e 28 marzo a Roma un convegno sul tema San Paolo: Apocalisse e Rivelazione.

Interessante il secondo giorno di lavori che accoglierà gli storici dell'arte presso la splendida sede dell'Accademia di Francia a Villa Medici; "poiché il processo paoliniano della rivelazione ha interessato molto gli artisti: si trattava, attraverso la caduta, di suggerirne l’abbagliamento. Aldilà di questa conversione, gli artisti hanno studiato in quale modo lo spettatore viene trasformato dall’opera facendogli credito". Le teologie cristiane presentano vari insegnamenti sul giudizio universale. Nella chiesa latina l’accento viene posto sul giudizio divino alla fine dei tempi, quando avverrà la resurrezione dei morti che, insieme ai viventi, saranno giudicati e inviati in paradiso o all’inferno. Nell’oriente cristiano il giudizio viene emesso dalla propria coscienza e l’esperienza della separazione da Dio o dell’unione con Dio si esprime nelle metafore dell’inferno e del paradiso.

Da non perdere l'intervento del grande storico dell'arte e iconologo Victor Stoichita dall'Université de Fribourg, che relazionerà sul tema "La peau de Michel-Ange".

Memento mori

georg Hinz

Quando si tratta di arte contemporanea ritengo che una delle sue migliori forme di fruizione sia quella del cercare analogie e contrasti con le opere del passato; solo attraverso l'anacronismo si può arrivare ad apprezzare un oggetto contemporaneo che, avulso da qualsiasi legame dalla tradizione, apparirebbe spiazzante e fine a se stesso. Ecco allora che quella sorta di déja vu che si può produrre quando possiamo mettere a confronto una natura morta del '600 olandese (Johann Georg Hinz: Kleinodienschrank, 1667), carica di implicazioni allegoriche, con le istallazioni dell'inglese James Hopkins (James Hopkins, Consumption and Consequence, 2006), il quale unisce arte pop e recupero della tradizione iconografica del memento mori, risulta essere molto più illuminante di qualsiasi altra spiegazione.

James Hopkins


p.s. non riesco a comprendere tutto questo amore degli artisti inglesi dell'ultima generazione per il Teschio (vedi Hirst)

James Hopkins-varie

martedì 24 marzo 2009

Il silenzio nel Trionfo


Laureti-Trionfo

Tommaso Laureti (1530-1602), detto il Siciliano, fu valente pittore e architetto; fece pratica nella bottega di Sebastiano del Piombo, lavorò a Bologna e poi a Roma specializzandosi in architetture dipinte e suggstive illusioni ottiche.


Quest'opera si trova sul soffitto della più celebre stanza di Costantino, ai musei vaticani; commissionata da Gregorio XIII nel 1582 e ultimata sotto Sisto V nel 1585, svolge pregevolmente il tema del trionfo della cristianità, tanto caro dopo la conclusione del concilio di Trento.

L'affresco si intitola "Il trionfo della religione cristiana" e lo considero un capolavoro, quasi un antesignano della spazialità metafisica di de Chirico; nell'assenza spaventosa di figure umane, carica di silenzi ed echi, solo il crocefisso bronzeo (ma vivo), al centro del portico-loggiato splendidamente riprodotto, domina la scena con sotto i frantumi di una statua pagana visti in scorcio; il trionfo sull'eresia avviene in un inquietante vuoto, nell'assenza dell'umano, dove tutto è pura teologia come quest'opera, stilisticamente, è puro manierismo (stile stilistico) in quanto esercitazione pura ed astratta sulla forma (architettonica).

Da ammirare in silenzio.

Tommaso Laureti-Il trionfo della religione cristiana

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