Mat Collishaw è stato uno dei protagonisti più trasgressivi della YBA, quando scandalizzava il pubblico e la critica con immagini sessuali ambigue o violente. Nel febbraio 2010 l'artista ha realizzato una significativa personale presso la galleria BFI Southbank, appena conclusa. Il lavoro è ispirato alle opere del regista armeno Sergei Paradjanov e fonde la scultura e l'immagine in movimento in una composizione architettonica strutturata quasi come una pala d'altare. Collishaw fonde la bidimensionalità dell'immagine in movimento con la tridimensionalità della scultura e trasmette poeticamente lo spirito di ricerca artistica di Paradjanov, creando un mondo di fiaba in cui bene e male, sacro e profano, amore e violenza si fondono. Il video è visionabile dal questo link.
lunedì 14 giugno 2010
venerdì 11 giugno 2010
Performance O-Dio
Interessante riflessione su cosa sia l'odio; naturalmente non ci sono risposte ma solo la trasfigurazione del sentire delle singole persone in arte. Ognuno può inserire ciò che odia di più nella vita e partecipare a questa performance collettiva poichè l'opera prenderà forma attraverso un'investigazione che gli artisti condurranno intorno a ciò che la parola odio evoca in un individuo. Il tema è proposta dalla "Noc z performance" e partecipano, su invito, artisti provenienti da tutta Europa.Tra gli artisti italiani invitati, il duo Nicola Macolino - Azzurra De Gregorio.
PROGETTO/PERFORMANCE:
O - DIO
O - DIO
Odiare è semplice. Nel nascosto del proprio inconscio, il sentimento vive, come un batterio indisturbato, si nutre divorando pezzo a pezzo, in silenzio e nel buio. Per questo odiare è semplice, ma molto più difficile è capire cosa si odia sul serio. Si odia quella persona o la nostra inadeguatezza nei suoi confronti? Si odia quel determinato sentimento o la nostra paura di viverlo?
Sta di fatto che se si riesce a comprendere per un solo attimo ciò che si odia veramente, se si riesce ad esplicitarlo, in quel preciso istante l'odio cambia.
La parola il pensiero uscito dalla stanza buia del nostro inconscio acquisisce un anelito di luce e già cambia natura intraprendendo il suo dissolvimento.
Il progetto/performance che gli artisti propongono, segue questo percorso psicologico, ma anche antropologico, che idealmente la mostra stessa incomincia, l'odio quando è esplicitato è già sulla strada della propria illuminazione, e quindi della propria fine.
L'opera infatti, prenderà forma attraverso un'investigazione che gli artisti condurranno intorno a ciò che la parola odio evoca in un individuo. Verranno interrogate quindi (attraverso vari mezzi: social networks, posta elettronica, interviste dirette, fogli di carta etc.) diverse persone, un numero non definito. A tutti verrà rivolta una domanda semplice, e a bruciapelo, "Cosa Odi?" L'importante è che rimanga una traccia tangibile delle opinioni di ciascun "partecipante".
La stessa cosa proseguirà nei giorni di permanenza in Polonia fino alla fase finale del progetto, nella Galleria d'Arte.
Qui tutti i concetti raccolti rivivranno esteticamente (attraverso l'uso di luci e proiezioni) negli spazi della Galleria incrociandosi e intrecciandosi tra di loro, creando nuove frasi, nuovi significati.
L'attore li raccoglierà, si farà carico sciamanicamente del messaggio e lo condurrà in alto. Col fuoco, con l'aria. (Tutto il materiale raccolto e storicizzato artisticamente in Galleria, volerà con un enorme pallone nel cielo)
L'odio viene accompagnato dal basso all'alto. Dal terrigno all'etereo, dal buio all'atmosfera. E questo rito psicomagico interpreterà l'essenza stessa dell'odio: un sentimento che vive nell'essere recondito, che nella sua pesantezza si lega alla terra (e spesso alle cose terrene) ma che ha la potenza di poter bruciare, infiammarsi, quindi volare, quindi creare. Come diceva Karl Kraus : "L'odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare."Il tutto con la consapevolezza della esistenza di una complementarietà degli opposti, della compresenza di due principi che mai possono essere considerati definitivi, ma sono sempre in continua trasformazione. Il progetto è una sorta di work in progress che ricaverà la sua forza dalla relazione diretta ed immediata con il pubblico che parteciperà all'evento, sarà inoltre un atto performativo creato grazie all'energia degli artisti e a quella dei fruitori della loro opera. (Fonte).
Sta di fatto che se si riesce a comprendere per un solo attimo ciò che si odia veramente, se si riesce ad esplicitarlo, in quel preciso istante l'odio cambia.
La parola il pensiero uscito dalla stanza buia del nostro inconscio acquisisce un anelito di luce e già cambia natura intraprendendo il suo dissolvimento.
Il progetto/performance che gli artisti propongono, segue questo percorso psicologico, ma anche antropologico, che idealmente la mostra stessa incomincia, l'odio quando è esplicitato è già sulla strada della propria illuminazione, e quindi della propria fine.
L'opera infatti, prenderà forma attraverso un'investigazione che gli artisti condurranno intorno a ciò che la parola odio evoca in un individuo. Verranno interrogate quindi (attraverso vari mezzi: social networks, posta elettronica, interviste dirette, fogli di carta etc.) diverse persone, un numero non definito. A tutti verrà rivolta una domanda semplice, e a bruciapelo, "Cosa Odi?" L'importante è che rimanga una traccia tangibile delle opinioni di ciascun "partecipante".
La stessa cosa proseguirà nei giorni di permanenza in Polonia fino alla fase finale del progetto, nella Galleria d'Arte.
Qui tutti i concetti raccolti rivivranno esteticamente (attraverso l'uso di luci e proiezioni) negli spazi della Galleria incrociandosi e intrecciandosi tra di loro, creando nuove frasi, nuovi significati.
L'attore li raccoglierà, si farà carico sciamanicamente del messaggio e lo condurrà in alto. Col fuoco, con l'aria. (Tutto il materiale raccolto e storicizzato artisticamente in Galleria, volerà con un enorme pallone nel cielo)
L'odio viene accompagnato dal basso all'alto. Dal terrigno all'etereo, dal buio all'atmosfera. E questo rito psicomagico interpreterà l'essenza stessa dell'odio: un sentimento che vive nell'essere recondito, che nella sua pesantezza si lega alla terra (e spesso alle cose terrene) ma che ha la potenza di poter bruciare, infiammarsi, quindi volare, quindi creare. Come diceva Karl Kraus : "L'odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare."Il tutto con la consapevolezza della esistenza di una complementarietà degli opposti, della compresenza di due principi che mai possono essere considerati definitivi, ma sono sempre in continua trasformazione. Il progetto è una sorta di work in progress che ricaverà la sua forza dalla relazione diretta ed immediata con il pubblico che parteciperà all'evento, sarà inoltre un atto performativo creato grazie all'energia degli artisti e a quella dei fruitori della loro opera. (Fonte).
Si può scrivere ciò che più si odia su questo link: http://www.nicolamacolino.org/messaggi/index.asp
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giovedì 10 giugno 2010
Cleofino Casolino - Tra Provele e Talaragne...
I lari di Cleofino.
Il titolo della mostra di Cleofino Casolino, Tra polvere e ragnatele, rimanda con vividezza all’idea di un viaggio tra i ricordi di un passato divenuto luogo d’elezione d’una sacralità tutta personale. Impressioni momentanee fermate nella terracotta e oggetti comuni (telai, ruote, un pezzo di muro spatolato) dialogano con curiosa e semplice armonia in quello che si può definire quasi un flusso di coscienza reso visibile e tangibile. La nostalgia di minimali momenti d’esistenza, di certo più innocenti della nostra condizione presente, viene suggerita da un percorso emozionale, ludico ed antiquario allo stesso tempo, dove le sculture sono solo la parte d’un discorso interiore ben più profondo. Quali sono le vere opere d’arte? Ogni elemento è la tessera di un cammino nella memoria dove la rappresentazione delle cose assume contorni vaghi e gli oggetti diventano enti carichi di suggestioni. Ogni elemento è un manufatto dell’uomo, che vi sia o meno intenzionalità estetica, e deve essere valutato innanzitutto come esperienza; ed è proprio all’esperienza personale dell’artista che dobbiamo guardare per decifrare il rebus che l’installazione ci presenta. Come illustra Dewey nel suo fondamentale testo Art as Experience “Attraverso l'arte significati di oggetti che altrimenti sono muti, indeterminati, ristretti e contrastanti, si chiariscono e si concentrano; e non mediante un laborioso affaccendarsi del pensiero intorno ad essi, non mediante il rifugio in un mondo di mera sensazione, ma attraverso la creazione di una nuova esperienza”. Un altro passo ci aiuta a comprendere l’importanza di questi oggetti del vissuto: “quando la struttura dell’oggetto è tale da far sì che la sua forza in teragisca felicemente (ma non con semplicità) con le energie che si sprigionano dall’esperienza stessa; quando le loro reciproche affinità e i muti antagonismi operano insieme per determinare una sostanza che si sviluppa progressivamente e costantemente (ma non in maniera troppo rigida) verso la soddisfazione di impulsi e tensioni, solo allora c’è un’opera d’arte”.
E poi ci sono le sculture. Probabilmente, decifrando le intenzioni dell’artista, non andrebbero analizzate singolarmente, al di fuori di quest’unica e vitale installazione, parimenti però riescono a comunicare anche singolarmente. Se gli oggetti comuni rimandano al tempo, queste si giovano dello spazio che occupano e della materia trasformata in figura. Sarebbe riduttivo vedere nel loro stile tracce di un realismo magico o, per inverso, di un primitivismo concreto. Certo, colpisce trovare nell’Attesa la nobile ieraticità del celebre busto di Eleonora d’Aragona di Palazzo Abatellis o rinvenire nell’Austerità le movenze, ormai infrante, della Nike di Samotracia o ancora scorgere nei visi la dolce severità di Uta di Naumburg e, in generale, della statuaria tardo gotica. Sarebbe interessante un paragone con il trattamento impressionistico della materia di Medardo Rosso o con la linea pura e primitiva di Modigliani, però ogni tentativo di classificare queste figure sarebbe un’inutile tassonomia che non porterebbe al cuore dell’esperienza artistica e personale di Cleofino. Ritengo che queste sculture debbano essere intese semplicemente come oggetti, frammenti di un discorso che parte da lontano, nei meandri dei ricordi, e che, solo per un “accidente” del destino, assume forme che noi riconosciamo come artistiche; sono figure “che accadono” e che proprio nella spontaneità custodiscono la loro forza. Le sagome, a volte armoniche a volte incredibilmente in tensione ma sempre pervase da un’inconscia sostenutezza formale, sono sopravvivenze, archetipi immersi nel sacro. Nel periodo analizzato da Belting ne Il culto delle immagini, le icone non erano considerate "arte" ma oggetti di venerazione che recavano in sé una tangibile presenza del sacro; parimenti i Lari, le statuette di legno, cera o terracotta che nella società romana raffiguravano gli spiriti protettori degli antenati defunti, raramente presentavano spiccate qualità estetiche a fronte di una consistente valenza affettiva e devozionale. In quanto effigi di ricordi, allora, perché non considerare le sculture di Casolino come lari moderni? Del resto quando le memorie diventano segno, quando gli spiriti –interiori- diventano immagine e l’esperienza modella la materia è sempre l’arte a parlarci.
Il servizio televisivo sulla mostra di TeleMolise. La galleria fotografica.
Il servizio televisivo sulla mostra di TeleMolise. La galleria fotografica.
L'inserzione sul numero di giugno della celebre rivista d'arte Juliette. Dentro/Fuori dal Segno, a cura di Tommaso Evangelista.
mercoledì 9 giugno 2010
Un museo sulla Luna in un chip
Il museo d'arte contemporanea più piccolo dell'universo starebbe sulla Luna e sarebbe contenuto in un chip trasportato clandestinamente dall'Apollo 12 nel 1969. Questo chip conterrebbe sei opere tra schizzi e bozze di Andy Wahrol (il fallo), Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg, David Novros e John Chamberlain.
Durante gli anni 1960, Myers – insieme a centinaia di altri artisti di New York – avrebbe lavorato con gli ingegneri di Bell Labs ad alcuni «esperimenti» del programma Arte e Tecnologia. Secondo le prove raccolte dalla PBS, il programma dei Bell Labs prevedeva la riduzione di bozze e schizzi d'arte e il successivo inserimento all'interno di un chip rettangolare in ceramica grande un centimetro circa. I due ingegneri a capo del programma, come in tutti i gialli che si rispettino, sono deceduti. Ma uno di questi chip, del quale Myers e altri avrebbero delle copie, sarebbe stato imbarcato di nascosto sull'Apollo 12, con l'intento di lasciarlo sulla Luna a missione compiuta. «Per noi, in quei giorni – ha raccontato Myers –, lo sbarco luna era la cosa più eccitante mai avvenuta. Gli artisti volevano solo essere parte di essa». Lo stesso Myers è uno dei sei artisti che insieme a Warhol, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg, David Novros e John Chamberlain, avrebbero realizzato le opere. I rappresentanti di Oldenburg e Chamberlain hanno confermato a usa Today che gli artisti da loro rappresentati avrebbero contribuito al progetto. (fonte: artestetica)
martedì 8 giugno 2010
Maxxi Ipermuseo
Come ha già riferito Germano Celant sulle pagine de L'Espresso il Maxxi, a differenza del castello di Rivoli, il primo e più importante centro per l'arte contemporanea in Italia, deve ancora dimostrare di essere un centro propulsivo per l'arte e scrollarsi di dosso l'immagine di involucro vuoto e fine a se stesso. Un primo risultato, però, l'ha già ottenuto: grazie all'enorme dibattito che si è aperto in questi giorni in concomitanza con la sua apertura è stato creato un nuovo termine. Lo dice l'Osservatorio della Lingua Italiana considerando il neologismo IPERMUSEO. La segnalazione è riportata sul sito della Treccani sotto la voce Neologismi della settimana:
| ipermuseo |
L'era dell'ipermuseo. In principio fu il Beaubourg di Parigi. Poi arrivarono il Guggenheim di Bilbao e lo Jüdisches Museum di Berlino. Oggi con il Maxxi e il Macro di Roma anche in Italia sbarcano i centri espositivi firmati da archistar. La stampa estera, intanto, è divisa sull'opera. Per leggere i vari articoli e seguire le varie fasi della polemica, si rimanda invece a quest'altro articolo di Repubblica: il Dibattito. |
giovedì 3 giugno 2010
Incompiuto Siciliano
C'è lo stile arabo-normanno di Palermo (X sec.), il Barocco di Noto (XVIII sec.) e poi c'è l'incompiuto siciliano (naturalmente il sito è in costruzione) che, senza ironia, si può definire lo stile architettonico italiano più importante della seconda metà del XXI sec. e paradigma interpretativo per leggere il paesaggio italiano dal dopoguerra a oggi. Ogni secolo ha il suo stile architettonico e i suoi monumenti, forse la nostra civiltà, aldilà di modernismi e archistar, è veramente legata a queste realizzazioni, di certo frutto di un mal costume diffuso, che il collettivo Alterazioni video cerca di pubblicizzare e far conoscere. E' un'indagine sul fenomeno delle opere pubbliche incompiute che cerca di conferire valenza estetica a edifici che, altrimenti, sarebbero solo un memoriale agli sprechi del nostro paese. Se non si possono abbattere, almeno si possono valorizzare.
Esiste anche una Fondazione; la Fondazione ha come obiettivo la conoscenza e lo studio dello stile dell'Incompiuto Siciliano e promuove la realizzazione del Parco dell'Incompiuto Siciliano a Giarre, centro d'eccellenza dello stile incompiuto, attraverso operazioni culturali e artistiche che mirano a cambiare la percezione delle opere incompiute, per una trasformazione responsabile del territorio. Presso la Fondazione ha sede l'osservatorio nazionale del fenomeno dell'incompiuto. Incompiuto Siciliano è un progetto nato da un'idea di Alterazioni Video: Paololuca Barbieri, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu,Giacomo Porfiri. E realizzato in network con:, Claudia D'Aita, Enrico Sgarbi.
Incompiuto Siciliano è lo stile architettonico italiano più importante dal dopoguerra ad oggi.
L'incompiuto Siciliano è il paradigma di lettura del paesaggio italiano contemporaneo e indaga il fenomeno delle opere pubbliche incompiute.
Dalla ricerca svolta negli ultimi 4 anni le opere incompiute ci appaiono come monumenti della società post-moderna, rovine del '900, luoghi di una memoria collettiva ancora da indagare.
La definizione di uno stile architettonico proprio permette di individuare un modello teorico di riferimento in grado di fornire un paradigma interpretativo di un fenomeno presente su tutto il territorio nazionale e in particolare in quello siciliano, tipico degli anni 70/80 ma che è possibile rintracciare dagli anni 50 fino ad oggi; uno strumento per interpretare la storia recente del nostro Paese.
Il progetto muove dall’idea di lavorare in primo luogo sulla percezione del fenomeno a livello mediatico con la finalità di sviluppare in secondo luogo un intervento diretto sul territorio locale.
Attribuire all’”incompiuto” un significato artistico e architettonico significa escogitare un altro modo di leggere questi luoghi, utile per una comprensione più ampia e problematizzata dei rapporti tra il territorio e coloro che lo abitano.
Le opere pubbliche incompiute sono un patrimonio artistico-culturale e in quanto tale divengono potenziali promotori di un’economica locale al pari di altri siti storici del nostro territorio.
Il progetto di costituire un vero e proprio parco archeologico, in collaborazione con il Comune di Giarre, vuole essere il risultato concreto di un'operazione di storicizzazione e rivalutazione del territorio e delle opere incompiute. Una soluzione concreta alla sensazione di sconfitta a cui questi luoghi preludono.
La spinta creativa, il desiderio di autocelebrazione e la profonda cultura, caratteri che hanno reso la Sicilia e gli Italiani famosi nel mondo, riemergono nel progetto del “Parco Archeologico dell'Incompiuto”: un intervento di sviluppo sostenibile del territorio orientato alla promozione turistica, riconoscendo le opere incompiute come risorse.
(Il manifesto completo)
(Il manifesto completo)
mercoledì 2 giugno 2010
The Essence of Decadence. Fotografare la malinconia
La mostra fotografica The Essence of Decadence, inaugurata sabato 29 maggio a Venezia dall'associazione culturale Il Concilio Europeo dell'Arte nel suo spazio espositivo "In Paradiso", ha il pregio di presentare scatti che, in modo estremamente filologico, interpretano significative tele della fin de siècle (Klimt, Schiele, ecc.). Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto ne sono gli autori e dietro a ogni immagine ci sono pazienti ricerche: dagli studi sulla luce dei dipinti da riprodurre nella fotografia a quelli sui tessuti, le acconciature, le espressioni delle donne: "Abbiamo pensato che il Decadentismo fosse il periodo adatto da reinterpretare perché rispecchia l'epoca di crisi culturale e politica in cui viviamo oggi - spiegano gli autori - Il nostro obiettivo è quello di riproporre, con la fotografia, quella sensazione di tedio e malinconia evocata dagli artisti della fin de siècle." Da i confronti qui in basso si può notare la riuscita operazione e la focalizzazione sull'universo femminile. I gesti, le pose, le espressioni malinconiche raccontano più di mille romanzi. (Le foto).
martedì 1 giugno 2010
Le "Gallerie" d'arte in Trentino. Dal traffico all'arte
Due gallerie autostradali dismesse e trasformate in gallerie d'arte. E' il progetto realizzato a Trento, nella zona di Piedicastello, che dopo aver conquistato gli appassionati di architettura italiani - ha vinto un sondaggio della rivista Abitare - approda oltreoceano. A occuparsene è la Columbia University, che alle gallerie di Piedicastello dedica un seminario in questi giorni. Giuseppe Ferrandi e Patrizia Marchesoni, direttore e vicedirettrice della Fondazione Museo Storico del Trentino, insieme a Luca Dal Bosco di FilmWork, spiegheranno, nella sale dell’Italian Academy della Columbia University, il senso del progetto che affascina la Grande Mela, dove gli esempi di riutilizzo creativo non mancano, a cominciare dalla Highline, la linea ferroviaria in disuso trasformata in parco urbano. Le Gallerie (significativo riusco del termine, in questo caso gallerie reali e non d'arte ma trasformate in spazi espositivi) sono due tunnel stradali lunghi 300 metri ciascuno leggermente curvati che corrono perfettamente paralleli sotto il Doss Trento, la verruca a fianco dell’Adige sulla cui sommità si erge il mausoleo a Cesare Battisti . Nel 2007, chiuso il traffico e deviata la tangenziale, tale spazio è diventato un luogo immenso e ricco di suggestioni. La superficie complessiva supera i 6000 metri quadrati ed è suddivisa in due tunnel, la Galleria Bianca e la Galleria Nera. L'entrata principale è posta a poche decine di metri dalla chiesa romanica di S. Apollinare e dalla piazza di Piedicastello: due grandi portoni permettono di accedere agli spazi espositivi. Le Gallerie ora propongono le mostre "Storicamente ABC", un abecedario sulla storia trentina per raccontare, riflettere, emozionare, e "L'invenzione di un territorio", sul lento lavoro di costruzione di un'entità territoriale. Non conoscevo questo spazio espositivo e debbo dire che ne sono rimasto molto colpito. (Foto)
Vanitas per iphone
Come tutti gli oggetti cult anche l'iphone corre il rischio di essere amato al di là delle sue reali funzioni e utilizzazioni; a ricordarci come questo telefono sia pur sempre un oggetto ci pensa un'app realizzata da tale of tales. L'app si chiama Vanitas ed è ispirata alle nature morte (in particolare nordiche e olandesi) del '500 e del '600. Si tratta di un memento mori da portarsi sempre dietro e vede, in una scatola di legno tipicamente fiamminga (ma più minimale), la presenza di svariati oggetti tipici delle vanitas (qui sintetizzata l'evoluzione) (la bolla di sapone, il teschio, la piuma, il campanellino, ecc.). Di seguito alcune immagini dell'applicazione confrontate con vanitas reali.
E per restare in tema con l'arte segnalo queste altre due app per iphone:
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