lunedì 11 ottobre 2010

La luce delle carte. La miniatura a Roma in età moderna


L'evento si incentra sulla presentazione della mostra che nel mese di gennaio 2011 offrirà una raffinata selezione di codici e fogli miniati a Roma tra il XVIII e la prima metà del XX secolo. Si tratta di una trentina di opere, per la maggior parte inedite, solo qualcuna presenta una scarna bibliografia, mentre, in diversi casi, si tratta di opere mai uscite dai depositi di Musei e Archivi. Le opere sono conservate tutte a Roma; proprio qui, infatti, gli artisti ricevono commissioni per realizzare manufatti di varia destinazione ed uso. Sono presenti naturalmente codici liturgici, immagini isolate con scene bibliche o con figure di santi, ma anche descrizioni e illustrazioni di opere conservate a Roma o anche di importanti avvenimenti come quelli con le illustrazioni per i congressi fascisti. 
Un vasto settore, poi, è rappresentato dalle opere conservate al Museo del Risorgimento come i cammei dorati con i ritratti degli uomini illustri di Sansepolcro inserite nel volume e le varie pergamene donate ai Savoia come il volume di Caprino Bergamasco o provenienti da lasciti ecclesiastici, come lo stemmario di Pio IX. Un'altra sezione importante illustra, invece, le pergamene conservate al Museo della Marina dove, accanto alla raffinatezza della fattura, si aggiunge la particolarità degli oggetti come il cofano portabandiera dove è incastonata una miniatura su un apposito leggio intagliato. 
L’opera che conclude la mostra è la Vita Nova di Dante (Dantis Amor) un volume pubblicato nel 1921 per il Sesto centenario della morte di Dante. Il testo - stampato in 1321 esemplari - è realizzato come un codice miniato: fregi a bianchi girari incorniciano il testo scritto in gotica mentre variegate ed eleganti immagini sono inserite a commento dell’opera di Dante. L’autore dei fregi è Nestore Leoni che aveva la sua bottega a Roma, le illustrazioni invece sono realizzate da Vittorio Grassi, pittore, incisore e illustratore che, com’è noto, lavora anche alla Casina delle Civette. Il volume mostra, inoltre, una raffinata copertura con motivi di tradizione celtica.

La miniatura a Roma in età moderna. Codici illustrati tra Seicento e Novecento a cura di Marco Pizzo – Emilia Anna Talamo a cura di

Giovedì 14 Ottobre 2010
Ore 17.00

Sala della Crociera - Collegio Romano 

Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Via del Collegio Romano, 27, ROMA

saluti: Maurizio Fallace (Direzione Generale per le Biblioteche, Gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore);
Maria Concetta Petrollo (Direttore Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte);
Maria Giovanna Fadiga (Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte)
Interventi: Giovanna Capitelli (Università della Calabria); Silvia Meloni (Galleria degli Uffizi, Firenze)
saranno presenti i curatori della mostra 

mercoledì 6 ottobre 2010

Le converse di Hirst e i Linkin Park's


Non nuovo ad intrusioni nel mondo della moda (si veda la linea realizzata per Levis) Hirst si butta nel mondo delle calzature personalizzando nientemeno che le mitiche sneakers della Converse con le sue tipiche farfalle.

"Non l’ennesima provocazione ma l’ultimo sforzo benefico organizzato da Product (RED), il marchio no profit fondato dall’attivista Bobby Shriver e Bono Vox degli U2rilasciato sotto licenza a varie aziende partner, i cui proventi vengono destinati al Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria. In Limited edition 400 paia dal 5 novembre da Colette a Parigi". (fonte)
La Converse del resto già si era ispirata a Hirst per questo allestimento in Giappone.


E' uscito da poco, invece, il nuovo video dei Linkin Park's, Waiting for the end; non ho trovato molte informazioni a riguardo ma sembra proprio ispirato alle ultime opere pittoriche di Hirst. Voi che ne dite?



Pasolini e la Malinconia


Mi ha sempre colpito questa foto di Pasolini; il gesto è quello tipico del pensatore, o meglio, del pensatore malinconico, ma vi trovo anche un che di profondamente tragico, come di un'anima consapevole del proprio peccato e che medita, tristemente, sulla propria condizione di dannato, quasi mangiandosi le mani. In questo la foto mi ricorda diverse opere dell'800 nelle quali viene affrontata proprio la condizione infausta del peccatore dannato.

Franz von Stuck

Gustave Dorè, dalla Divina Commedia

Jean-Baptiste Carpeaux, Ugolino e i suoi figli

Auguste Rodin, Il pensatore

Cfr. Dolore e meditazione. Figure della Malinconia attraverso l’Atlante della Memoria. Tavola 53

martedì 5 ottobre 2010

Rodolfo Papa - Riflessioni sull'arte

Rodolfo Papa - L'artista contemporaneo - olio su tela 2008
Riflessioni sull'arte è il titolo di una rubrica quindicinale che il prof. Rodolfo Papa tiene su Zenit (il mondo visto da Roma) su questione dell’arte e dell’arte sacra in tutte le sue diverse dimensioni: teoretica, critica, tecnica, storiografica, filosofica, teologica, liturgica, antropologica. Lo scopo, come afferma il professore, "è condurre una riflessione sulle complesse e urgenti problematiche che attorniano l’arte, tenendo conto di tutti gli aspetti che ne compongono il vasto territorio". 
In questo post sono inseriti i primi tre interventi, con rispettivi link.


Le teorie estetiche contemporanee propongono definizioni dell’arte estremamente fluide, addirittura liquide, apparentemente elastiche ed attraversabili, spesso però si rivelano poi estremamente rigide, con confini invalicabili. Uno di questi confini, surrettiziamente elevato, riguarda la perentoria separazione di arte e bellezza, un altro confina al di fuori dell’arte ogni riferimento alla trascendenza. Questa impostazione pone non pochi problemi teoretici per rintracciare una definizione del concetto di arte.
Vogliamo affrontare la questione del rapporto tra arte e bellezza, tra arte e trascendenza, da un punto di vista particolare, ovvero riflettendo sul Magistero della Chiesa. In esso troviamo non solo indicazioni che hanno valore per i credenti, ma anche la fondazione seria e rigorosa di un discorso che si propone come vero per ogni uomo.
Nella esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI riflettendo sullo spirito della liturgia, pone in essere una riflessione sull’arte al servizio della celebrazione, fondata sul legame profondo tra “bellezza e liturgia”; in modo particolare leggiamo: «Lo stesso principio vale per tutta l'arte sacra in genere, specialmente la pittura e la scultura, nelle quali l'iconografia religiosa deve essere orientata alla mistagogia sacramentale. Un'approfondita conoscenza delle forme che l'arte sacra ha saputo produrre lungo i secoli può essere di grande aiuto per coloro che, di fronte a architetti e artisti, hanno la responsabilità della committenza di opere artistiche legate all'azione liturgica. Perciò è indispensabile che nella formazione dei seminaristi e dei sacerdoti sia inclusa, come disciplina importante, la storia dell'arte con speciale riferimento agli edifici di culto alla luce delle norme liturgiche. In definitiva, è necessario che in tutto quello che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dovranno aversi anche per i paramenti, gli arredi, i vasi sacri, affinché, collegati in modo organico e ordinato tra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione» (n. 41, corsivo aggiunto).
L’arte sacra, al servizio della liturgia, è finalizzata alla “mistagogia sacramentale”, e deve essere impregnata di “gusto per la bellezza”. Sospendiamo per ora, rimandandone l’analisi a un altro articolo, l’affermazione che è “indispensabile” che seminaristi e sacerdoti conoscano la storia dell’arte, per formare il gusto alla bellezza.
Soffermiamoci, invece, sulla relazione intima e inscindibile di arte sacra e bellezza, fondata nel cuore della stessa liturgia; nello stesso documento ancora leggiamo: «La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria» (n. 31, corsivo aggiunto).
La bellezza, in quanto attributo di Dio, è elemento costitutivo della liturgia e dunque dell’arte sacra. Si tratta di una implicazione preziosa, che àncora la bellezza dell’arte sacra in Dio.
Anche in una riflessione esterna all’ambito liturgico e sacramentale, una seria considerazione di cosa sia l’arte mostra come la bellezza ne sia comunque attributo costitutivo, perché ogni artista opera a immagine di Dio creatore, e perché il bello è una proprietà trascendentale dell’essere, un attributo cioè che tutto ciò che è possiede, proprio perché partecipa dell’essere di Dio, in quanto creato.
Questo percorso è tracciato da Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti del 1999, rivolta universalmente a tutti gli artisti, definiti “geniali costruttori di bellezza”. In questo modo Giovanni Paolo II indica all’artista il suo proprio campo d’azione, sottolinea il cuore della sua stessa identità. Non si tratta di una considerazione puramente descrittiva o la constatazione di un dato di fatto, ma è quasi l’enunciazione di un principio, l’esortazione a un rinnovato connubio tra arte e bellezza.
La definizione “geniali costruttori di bellezza” è complessa e profonda in ogni suo termine. Il sostantivo “costruttori”, rimanda alla classica definizione di ars come “recta ratio factibilium”, cioè a un ambito di produzione: l’artista è un artefice. Viene così richiamato un ambito entrato purtroppo in disuso in molte teorie dell’arte, sprezzanti nei confronti della reale produzione artistica. L’aggettivo “geniale” dialoga con tutta la storia della riflessione estetica, sottolineando nel possesso del “genio” la peculiarità dell’arte rispetto all’artigianato e alle altre produzioni tecniche. Ma è il complemento della “bellezza” il vero cuore della definizione: la bellezza è l’oggetto e la finalità dell’arte stessa. Questa sottolineatura, che si pone in continuità con una multimillenaria tradizione, è audacemente contrastante con le tante contemporanee estetiche del brutto che teorizzano la bruttezza come vero campo artistico o ancor peggio propongono una assoluta indifferenza verso il bello e il brutto. Giovanni Paolo II ricolloca l’arte nel territorio della bellezza, sottoposta alle regole del fare, nel riconoscimento di quel dono particolare che usualmente si chiama “genio” e che, nel contesto della Lettera agli artisti stessa, si svela come un talento naturale e un dono dello Spirito Santo.
L’imprescindibilità della bellezza in tutte le arti – pittura, scultura, architettura etc. – implica necessariamente un ripensamento della stessa nozione di bellezza, che, come mostreremo in altri prossimi articoli, trova la propria migliore chiarificazione nella tradizione aristotelico-tomista medievale e rinascimentale.




Spesso l’arte contemporanea appare veicolata da linguaggi settoriali e da configurazioni di sistemi chiusi che non delineano panorami e non aprono orizzonti, ma focalizzano un particolare, sovente in modo da farlo apparire unico. Talvolta il punto di vista di tali ricostruzioni è apertamente “militante”, ovvero mosso dall’interesse per un determinato gruppo o movimento artistico. Tuttavia, ad ogni posizione ideologica è preclusa una analisi obiettiva della realtà, capace di restituire la complessità e la varietà delle strade battute da tutte le infinite correnti artistiche che animano il mondo delle arti, nella contemporaneità.

Si impone, anzi, di declinare al plurale il termine “arte”, di fronte al proliferare di discipline e movimenti, per evitare di ridurre l’arte a una sua sola espressione; tuttavia le arti sono tali perché hanno una relazione con l’arte in generale. Sospendiamo, per adesso, di percorrere questa lunga strada della relazione tra arte e arti, e soffermiamoci invece sull’aggettivo “contemporaneo”, cercando di analizzarlo e di comprenderlo.

Il termine contemporaneo non può, per sua natura, essere un attributo distintivo, capace di definire una determinata corrente, ma si tratta di un termine che dovrebbe costituire un riferimento temporale, entro un contesto. Spesso, invece, l’aggettivo “contemporaneo” appare come un marchio attribuito ad alcune correnti in modo privilegiato, con l’esclusione pregiudiziale di ogni espressione che non rientri nel confine tracciato da una specifica teoria dell’arte “contemporanea”, costituendo, quasi per negativo, la categoria di “arte non contemporanea”, ovvero anacronistica. Ma il termine dovrebbe, più correttamente, indicare semplicemente una nozione di tempo. Da un punto di vista storiografico è equivoco definire “arte contemporanea” opere degli anni Cinquanta del secolo passato, mentre sarebbe più appropriato chiamarle con il nome del movimento a cui appartennero, o della disciplina a cui afferiscono, pittura, scultura o altro.

Mi si potrebbe obiettare che ormai il termine contemporaneo è storiograficamente acquisito per indicare un determinato periodo storico; tuttavia questo significherebbe avere esaurito la semanticità del termine, limitandone la referenza a un esclusivo periodo storico, e generando, di contro, nozioni ancora più equivoche come il “post-contemporaneo” che può definire il sentimento di fine della contemporaneità come categoria critica, ma non esaurisce minimamente il termine in senso temporale.

Il prefisso “post”, inoltre, si carica di significati. Sembra voler indicare la constatazione di una crisi, della fine, anche con gli echi emotivi della sconfitta, dell’insuccesso, oppure può connotare un’epoca di epigoni, incapaci di smarcarsi dai maestri; in ogni caso, sembra che un certo periodo storico costituisca un inaggirabile punto di riferimento: ciò che è prima è “pre” ciò che è dopo è “post” contemporaneo. Sembra giustificabile tale posizione, al di fuori di una certa militanza critica? Del resto, è storicamente naturale che dopo un momento di “avanguardia”, segua un periodo di normalizzazione; come dopo i movimenti di conquista militare e dopo il superamento di un confine, segue poi una fase antropologicamente ricorrente di normalizzazione e di regole, fatta da coloni che lavorano entro il confine acquisito per annetterlo definitivamente alla nazione conquistatrice. Tuttavia se questa fase non sa crearsi le sue regole, si assiste al disfacimento del territorio tanto faticosamente conquistato.

Se invece diamo un nome ai tanti movimenti del Novecento, che non sono più a noi contemporanei, possiamo ridonare al termine la sua vitalità semantica, e liberare la storiografia artistica da una sorta di vincolo pregiudiziale. Infatti, se si attribuisce la “contemporaneità” a una sola determinata corrente artistica, si condannano di contro e ingiustamente tutte le altre ad una forzata antistoricità, che peraltro contraddice le spinte libertarie proprie della cosiddetta “contemporaneità” del Novecento. Del resto né gli storici né i critici possono attribuirsi il potere di dare la patente di “contemporaneità” ad alcuni per escluderne degli altri, senza peraltro giustificarne i criteri.

Tutte le teorie dell’arte, prodotte dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi, hanno reclamato il diritto sacrosanto dell’artista di autodeterminarsi, però, nel contempo, man mano che tali idee hanno acquisito importanza, hanno di fatto operato un genocidio mediatico e culturale di tutte le teorie artistiche percepite come avversarie. E questo è lentamente rifluito nell’immaginario comune, tanto che in ambiti quotidiani e non specialistici si sente oggi usare il termine “contemporaneo” come una sorta di confine razziale tra le discipline. Tutto ciò che è aniconico, o non tradizionale nella forma, nel contenuto o nel materiale è considerato “contemporaneo”, il resto, soprattutto se è figurativo, è classificato come “non contemporaneo”.

Si tratta di un assurdo cronologico, prima che logico, in cui è facile cadere, e costituisce una sorta di apertura di un percorso che, di equivoco in equivoco, conduce alla confusione dei generi, delle discipline, delle tecniche, alla costruzione di confini invalicabili, fino all’incapacità di vedere e giudicare con le proprie facoltà.

Per esempio, una serena analisi di quanto sta accadendo nel panorama mondiale dell’arte, dovrebbe segnalare una incredibile vitalità di espressioni artistiche bollate a tavolino come non-contemporanee. Nella pittura, nel contenitore generico del “figurativo”, assistiamo ad una esplosione vitalissima di movimenti e correnti che stanno animando il settore di questo disciplina in tutto il mondo: dall’Ucraina agli Stati Uniti, dal Giappone all’Italia, dall’Inghilterra alla Cina …. Si tratta di esperienze che con motivazioni diverse, teorie diverse e finalità diverse, riguardano tutti i cinque continenti, e non si può non tenerne conto. Inoltre moltissime accademie nel mondo da circa un decennio hanno ripreso a studiare approfonditamente Michelangelo e tutto il Rinascimento. Invece in Italia ci sono progetti per eliminare la disciplina “Anatomia artistica” dai piani di studio delle Accademie d’Arte. E tutto questo è ignorato da molte riviste specializzate, dai musei di arte contemporanea, dai critici e dai mass media.




Che cosa è l’arte? Di fronte a questa domanda, viene in mente la situazione descritta da sant’Agostino nel libro XI della Confessioni a proposito della domanda “che cosa è il tempo?”: se non me lo domandano lo so, se me lo domandano non lo so. Si sente la necessità di definire il significato del termine, anche se nel contempo si avverte una difficoltà definitoria. Infatti, circoscrivere il significato dell’arte escluderebbe, forse, novità e sperimentazioni, oppure mantenerlo fluido e suscettibile di infinite interpretazioni ne annullerebbe, forse, l’identità.
Nella teoria dell’arte convivono atteggiamenti diversi: tentare di definire e analizzare fino all’esaurimento di ogni punto interrogativo; oppure rinunciare ad una definizione di fronte al proliferare delle domande; o ancora identificare l’arte solo con un suo aspetto: una particolare disciplina, una particolare corrente, una particolare epoca storica.
La questione è difficile, e per essere affrontata richiede chiarimenti prioritari. Cercheremo solo di tracciare un percorso possibile, soprattutto delineandone i compiti. Innanzitutto, cosa vuol dire definire? Definire significa spiegare “che cosa è”, dunque implica la conoscenza, seppure non esaustiva, di ciò che si definisce; inoltre definire non significa costringere una realtà dentro una parola, ma viceversa cercare un discorso che sappia dire la stessa realtà. Dunque, non bisogna avere paura delle definizioni, come se fossero delle prigioni. Inoltre, le definizioni possono essere di tanti tipi, secondo lo scopo e il tipo di conoscenza che si vuole o si può conseguire. Si può definire il “nome” oppure la “cosa”. Nel primo caso siamo di fronte a una definizione nominale, che può a sua volta consistere nell’etimologia, nella spiegazione dell’uso comune del termine, oppure nella specificazione di usi particolari, relativi a un contesto o a una persona. Nel secondo caso, siamo di fronte a una definizione “reale”, che può consistere nell’esplicitazione della cause e dei principi, oppure nella determinazione di genere e differenza specifica, o ancora può sfumare in una descrizione.
La tradizione classica (Aristotele, Tommaso d’Aquino, solo per fare alcuni nomi) ci offre una definizione reale di ars, secondo genere e differenza: ars est recta ratio factibilium, ovvero l’arte è la corretta ragione delle cose da fare. Dunque il genere è la “recta ratio”, e la specie viene differenziata dal riferimento ai “factibilia”, alle cose da fare, da produrre. L’arte viene così posta tra le virtù dianoetiche, cioè tra le perfezioni dell’anima razionale; inoltre è strettamente connessa con la conoscenza e con la fabbricazione di oggetti; potremmo esemplificare che arte è un “saper fare”. Si tratta di una definizione ampia, che tiene insieme tutte le modalità di “saper fare”: dal costruire tavoli allo scrivere poesie, dal dipingere al cucinare, purché siano fatti bene, con recta ratio.
Entro questo concetto così vasto, facilmente si pone una distinzione tra le arti connotate principalmente da bellezza e le arti connotate principalmente da utilità. Si tratta di una distinzione non escludente, nel senso che anche un tavolo, che è utile, può essere bello ed anche un monumento, che è bello, può essere utile, tuttavia l’opera d’arte bella è arte perché è bella, mentre l’opera di arte utile è arte perché è utile. Entro le arti belle, notiamo una grandissima varietà di operazioni e funzioni, che delineano i vari ambiti delle discipline artistiche. Proprio a questo livello si pone la problematicità di una definizione comune. Mi sembra che il modo migliore di procedere per contribuire alla definizione dell’arte sia cercare, adesso, una definizione delle diverse discipline artistiche. Una tradizione che risale a Plinio, ripresa anche da Leonardo, dice che la prima disciplina artistica è la pittura, da cui sono seguite poi la scultura e via via tutte le altre. Sappiamo che nel Rinascimento si è riflettuto molto sul “paragone delle arti”, e cioè sulla valorizzazione degli aspetti comuni e soprattutto di quelli diversi, al fine di capire quale fosse la regina delle arti. Ciò ha contribuito a una valorizzazione degli aspetti specifici delle singole discipline, con una forte consapevolezza dei percorsi tecnici, cui sono stati dedicati molti trattati e manuali, come per esempio il già citato Libro di pittura di Leonardo. Mi sembra che questa strada sia molto proficua, perché proprio partendo dalla pratica della pittura, della scultura, dell’architettura … si arriva a definire cosa siano ciascuna. Ed è anche importante che tale riflessione sia provenuta e provenga dai medesimi artisti, cosa che evita il senso di scollamento tra le arti e la teoria delle arti, così frequente nella contemporaneità.
Entro il percorso di ricerca di una definizione universale di arte, acquista un valore molto significativo la ricerca dei principi e delle regole che definiscono le singole discipline artistiche. Ciascuna ha un proprio specifico compito, mezzi e metodologie proprie, tradizioni e maestri, paradigmi e principi. Mi sembra un campo molto fecondo, che non nega sviluppi e progressi, ma nel contempo consente di identificare una disciplina e anche di coltivarla. Fornisce inoltre la strumentazione teorica per riconoscere la disciplina stessa, per affermare, per esempio, che Monet è pittore così come Giotto, ma anche per negare che gli allestimenti e le performances siano pittura. Infatti, le innovazioni che accadono in una disciplina possono far crescere notevolmente la disciplina stessa, ma ci sono delle innovazioni che, anche se spesso nascono dentro di essa, però ne ricadono fuori, e non ne fanno più parte. Così, per esempio, la pop art e gli allestimenti non rientrano nella disciplina della pittura, perché ne esorbitano i mezzi, i fini, la tradizione, l’ambito, e vanno a definire una disciplina diversa, nuova, con proprie finalità e modalità di esecuzione: non si tratta del superamento della pittura ma forse della nascita di una nuova disciplina artistica. La distinzione che si pone tra le arti tradizionali, pittura, scultura, architettura, poesia, musica … si pone anche nei confronti di quelle nuove, quali la fotografia, il cinema, etc. Per esempio, i fondamenti della pittura sono diversi da quelli dell’architettura, e anche se possono avere anche parti in comune, hanno scopi e regole diverse.
Dunque la definizione dell’arte deve essere tale da poter comprendere tutte le singole arti, ciascuna delle quali ha i propri principi e fondamenti che la distinguono dalle altre e la definiscono nella propria identità.



Cosa vuol dire “essere artisti”? Chi è artista? Nella contemporaneità si è affermata l’opinione che essere artista non sia una condizione particolare, ma che ciascuno sia un artista, in quanto non servirebbero talenti e formazione, ma l’unico ingrediente necessario sarebbe la creatività libera da ogni schema. Nelle biografie di molti artisti del Novecento, emergono inoltre abitudini disordinate, atteggiamenti eccentrici, comportamenti autodistruttivi, tanto che sembrerebbe che tale tipo di vita sia un ingrediente necessario per riconoscere il vero artista, sia esso un pittore, uno scultore, un musicista, un poeta.

Ma al di là di queste posizioni, evidentemente poco consistenti, rimane la domanda: chi è l’artista? A cui possiamo aggiungere una domanda ulteriore, fondamentale per le nostre riflessioni: chi è l’artista cristiano? Nell’arte cristiana, ovvero nell’arte che è al servizio della Chiesa e che nei secoli è stata capace di annunciare Cristo e alzare un inno di lode a Dio attraverso inestimabili opere, ci sono regole o principi che individuano l’identità professionale, morale e spirituale dell’artista? Possiamo trovare un aiuto per la nostra riflessione, nel Libro di pittura scritto da Cennino Cennini alla fine del XIV secolo; egli innesta la storia della nascita dell’arte sugli eventi della creazione narrati nel libro della Genesi, e pone a fondamento della pratica artistica una riflessione di tipo morale: all’arte non si perviene con sete di guadagno, né per vanagloria, ma con un’umiltà e una perseveranza tali da sopportare ogni sacrificio necessario per impararne tutte le regole e praticarne tutti i principi.

Ulteriore aiuto alla riflessione può essere trovato nel Libro di pittura di Leonardo da Vinci, ovvero nella raccolta dei suoi appunti e dei suoi studi composta postuma dall’allievo Francesco Melzi e di cui abbiamo copia nel Codice Urbinate 1270 conservato nella Biblioteca Vaticana, di cui Carlo Pedretti ha fornito un’edizione critica nel 1995. Leonardo indica all’artista un cammino di formazione tecnico e morale, in cui hanno un ruolo fondamentale le regole e i principi praticati fino a diventare virtù. Le certezze di Cennini e di Leonardo poggiavano su una solida tradizione, che non poneva in discussione l’importanza delle regole di formazione. Nell’antichità, possiamo trovarne esempi noti in Vitruvio e Plinio, ma anche in Columella per quanto riguarda l’arte dell’agricoltura. Si tratta di una tradizione che, con innovazioni e ripensamenti, arriva fino al XX secolo, testimoniata da innumerevoli trattati.

Da questa tradizione possiamo trarre l’importanza del binomio arte e regole, e soprattutto possiamo comprendere come tale impostazione sia realmente liberatoria per la creatività dell’artista. Nella lunga storia delle arti, le regole hanno giocato l’importante ruolo di formare gli artisti, di far crescere senza opprimere, di spronare senza imprigionare, di sciogliere senza legare. Le regole tracciano un percorso, rendendo accessibile una tecnica che può diventare il fondamento dell’azione, la condizione di possibilità per la crescita. Oggi, riusciamo a comprendere l’importanza della tecnica e delle sue regole soltanto in campi molti ristretti; un esempio molto divulgativo riguarda il mondo dello sport: nell’atletica, nei tuffi, nello sci, nel calcio … la bella esecuzione è tale perché è anche gesto tecnico. Infatti, senza una adeguata preparazione tecnica, nessuno sport può essere praticato.

Nel campo delle arti gli esempi diventano più difficili. Nella musica rimane più evidente la necessità di possedere il linguaggio e la sua tecnica; nel campo della pittura, invece, le regole del mercato hanno preso sopravvento, aiutate dai critici che teorizzano che l’arte non deve avere vincoli e principi, se non appunto quelli -imperanti ma non esplicitati- dello stesso mercato. Così come la tanto reclamata libertà dell’artista da ogni regola spesso si traduce paradossalmente in dipendenze di tipo non-artistico, come l’alcool, le droghe o altri vincoli che coartano radicalmente la libertà della persona, ottundendo la ragione. Del resto, le teorie artistiche che sottolineano con una certa ossessiva ricorrenza che l’artista è un essere disadattato e solitario, finiscono quasi per prescrivere il malessere psichico ed esistenziale come un prerequisito fondamentale. Così l’arte che dovrebbe donare la felicità diventa un labirinto di dolore, interamente attraversato dall’ansia di successo. Cosicché alla figura dell’artista si sovrappone quella di Faust disposto a fare patti con il Diavolo, o quella di Prometeo, che sfida gli dei per rubare loro il fuoco.

Il centro del percorso creativo dell’artista, in un siffatto contesto, è l’artista stesso. In un totale egotismo, l’arte esprime l’io dell’artista e null’altro. Se riflettiamo bene, invece, comprendiamo che l’artista per essere tale dovrebbe possedere le regole del suo mestiere, e che il presupposto per violarle e superarle è appunto conoscerle. Inoltre il malessere e la perversione non sono richiesti all’artista in quanto tale, ma solo all’artista così come è teorizzato da certi critici e da certi mercanti contemporanei.

Se questo osservazioni valgono per l’artista in generale, a fortiori acquistano ragione nei confronti dell’artista cristiano. Si può parlare di Cristo a partire da queste posizioni teoriche e raggiungere le alte vette dell’arte sacra cristiana? L’artista che lavora per la Chiesa può essere identificato dalla dissolutezza, dall’ignoranza del mestiere, dal narcisismo? Non stiamo parlando di un giudizio sulla vita dell’artista, perché questo non dovrebbe interessare allo storico e al teorico dell’arte, ma stiamo riflettendo proprio sulle opere d’arte, sulla possibilità che senza una formazione tecnica e artistica, e senza virtù coltivate, si possano produrre opere belle adatte alla preghiera e alla liturgia.

Inoltre, aggiungo una considerazione più importante, e cioè che per lavorare per Cristo, ad ogni livello e in ogni campo, c’è bisogno di una adesione a Cristo stesso. Con molta chiarezza Joseph Ratzinger spiega che la sacralità dell’immagine implica la vita interiore dell’artista, il suo incontro con il Signore: «La sacralità dell’immagine consiste proprio nel fatto che essa deriva da un vedere interiore e così conduce a un vedere interiore. Deve essere frutto di una contemplazione interiore, di un incontro credente con la nuova realtà del Risorto e, in questo modo, deve introdurre nuovamente ad uno sguardo interiore, nell’incontro orante con il Signore» (Joseph Ratzinger, Teologia della liturgia, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010, p. 131). Aggiunge anche che «la dimensione ecclesiale è essenziale all’arte sacra» (ibid.), mettendo all’attenzione che l’artista cristiano non può vivere al di fuori della Chiesa stessa.

Gesù nel Vangelo di Luca ci avverte: «là dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34) . Se il nostro tesoro non è Cristo, ma siamo noi stessi, i nostri vizi, il successo, allora non si ha il cuore adatto alla produzione di opere di arte sacra. Ancora ci insegna Gesù che «nessun servitore può servire due padroni [...] non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). Dunque l’artista cristiano deve fare la scelta radicale di porre Cristo come unico Signore della sua vita e della sua arte. Ciò implica anche l’umiltà di un percorso di formazione, artistica, morale e spirituale, nella convinzione che il lavoro artistico è una vocazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (1Pt 4,10-11).

Ebbrezze - XXIX edizione della mostra d'arte contemporanea - Macchia d'Isernia


In occasione della XXXVII della mostra mercato vino pentro, con il patrocinio del Comune di Macchia d’Isernia, Associazione Macchi Domani, Pro-Loco Macchia d’Isernia, Melfi Solare, dal 9 al 10 ottobre 2010 la palestra comunale ospiterà la mostra EBBREZZE, curata da Tommaso Evangelista (l'evento su facebook). Esporranno gli artisti:

>> Enza Acciaro
>> Valeria Acciaro
>> Alessandra Antinucci
>> Michelino Altieri
>> Nino Barone
>> Arturo Beltrante
>> Michele Carafa
>> Cleofino Casolino
>> Lino Cianchetta
>> Salvatore Costa
>> Luciano Cristicini
>> Marcello Di Donato
>> Lucia Di Miceli
>> Fabrizio Di Salvio
>> Ferdinando Fedele
>> Walter Giancola
>> Dante Gentile Lorusso
>> Nicola Macolino
>> Antonio Marcovicchio
>> Elena Maglione
>> Antonio Pallotta
>> Sara Pellegrini
>> Antonella Peluso
>> Alessandra Peri
>> Michele Peri
>> Luca Pop Pontarelli
>> Adolfo Pretorino
>> Nazzareno Serricchio
>> Danilo Susi
>> Antonio Tramontano
>> Cristina Valerio
>> Lucio Valletta

Ebbrezze d’arte 


L’arte e il vino da sempre hanno costituito un binomio fecondo nella storia della cultura. Le civiltà del Mediterraneo, quella greca prima e romana poi, si possono giustamente definire civiltà del vino in quanto culle della tecnica della viticoltura; la bevanda, inoltre, è stata sempre carica di implicazioni religiose e culturali che, sin dalle epoche più remote, hanno portarono a una vastissima serie di raffigurazioni che raccontano di divinità, riti e feste. La mitologia ascrive a Dioniso (Libero o Bacco per i romani) la scoperta del vino mentre il suo culto, proveniente forse dalla Tracia, si afferma nell’Attica tra il VI e IV secolo a.C.; cambierà, col tempo, anche l’aspetto della stessa divinità, prima efebica e glabra, successivamente virile e barbuta in quanto connessa al culto rustico del dio, la cui presenza era evocata durante i baccanali. Nella vita quotidiana, invece, il vino è stato protagonista nei precisi rituali che scandivano le diverse fasi del banchetto –dal syndeipnon al sympoton al symposion- in quanto nel bere, rituale ma equilibrato, l’uomo di spirito esercitava la volontà alla moderazione. Se dall’ambiente classico passiamo alle Sacre Scritture notiamo come la vite abbia avuto, fra tutte le piante, un posto privilegiato mentre il vino è stato l’espressione tangibile della Divina Provvidenza; dall’Antico Testamento desumiamo inoltre come sia da ascrivere a Noè l’invenzione della viticoltura. Il patriarca, cessato il Diluvio universale, aveva piantato una vigna e, scopertone il prodotto, ne aveva bevuto tanto da ubriacarsi e giacere a terra nudo; per questo motivo era stato deriso dal figlio Cam ma coperto dagli altri figli Sem e Iafet; risvegliatosi Noè aveva maledetto Cam e la sua stirpe. Gli episodi veterotestamentali che riguardo il vino sono molteplici, dall’incontro fra Abramo e Melchisedec all’incesto delle figlie di Lot, ma è nel Nuovo Testamento che questo prodotto assume connotati completamente diversi, caricandosi di simbolismo mistico quando, durante l’Ultima Cena, il calice benedetto diventa vero sangue di Cristo, versato in remissione dei peccati, bevanda di salvezza e immagine della nuova alleanza. La storia dell’arte è piena di opere riguardanti il vino e le storie ad esso connesse, basti pensare alle molteplici raffigurazioni dell’Ultima Cena, alle raffigurazione dei miti legati a Bacco (es. Gli andrii di Tiziano) per arrivare sino alle rappresentazioni allegoriche. Nelle raffigurazioni medioevali l’uva e gli strumenti vinicoli appartengono all’Autunno, nelle nature morte dal ‘600 in poi il bicchiere di vino può rimandare all’Eucarestia, nelle scene di genere rinviare al senso del gusto, alle pericolosità del vizio e della lussuria o all’Ars amatoria (in quanto Orazio sosteneva che il vino fosse un prezioso aiuto per risolvere le situazioni nelle quali i sentimenti non fossero ancora dichiarati); il vino entra di buon diritto anche nella rappresentazione della Temperanza (diluire il vino con acqua equivale a stemperare le passioni) e della Fede (col calice liturgico). 

Conseguenza del vino, naturalmente, è l’ebbrezza, la perdita di lucidità che porta ad “uscire da se stessi”; questo stato mistico, corredato da danze sfrenate ed estatiche, fu inteso dai Greci come la possessione del dio, Dioniso. Dopo i baccanali romani, feste orgiastiche propiziatorie, sarà il codice etico del Medioevo a considerare l’ebbrezza all’origine di non pochi fra i vizi capitali, dalla lussuria all’ira alla gola, anche se già Sant’Ambrogio, nella sua opera esegetica De Noe, argomentava sulla differenza tra la cattiva e la buona ebbrezza. Se l’ubriachezza appanna la coscienza, l’ebbrezza (la sobria ebrietas) dello spirito fa aprire gli occhi alla contemplazione del Vero. Il Rinascimento riscopre la vitalità delle divinità pagane (compreso Dioniso), con i loro risvolti allegorici e morali, e anche storie bibliche assumono sfumature diverse: ecco come l’esegeta Sante Pagani, nel ‘500, vede nel denudarsi di Noè nell’ebbrezza la liberazione dell’anima dal corpo per giungere all’unione col divino. I tempi moderni hanno scoperto nuove vie, sempre più “sintetiche”, per l’ebbrezza; per quello che interessa a noi, invece, rimane la lezione di Nietzsche che ne La volontà di potenza afferma come l’arte sia il “grande stimolante della vita” e come il principio cardine di ogni fare e contemplare estetico sia l’ebbrezza, che diventa lo stato estetico fondamentale: “Perché vi sia arte, perché vi sia un qualche contemplare o agire estetico, a tal fine è indispensabile un presupposto fisiologico: l’ebbrezza. L’ebbrezza deve anzitutto aver potenziato l’eccitabilità dell’intera macchina: prima di ciò non si giunge a nessun arte”. Il passaggio dalla fisiologia dell’arte alla volontà di potenza, però, sarà breve, come il passaggio dall”altro da sé” all”oltre da sé”, con tutte le nefaste conseguenze connesse; ci è piaciuto però concludere questa breve e densa digressione rinvenendo nell’ebbrezza una condizione propizia per l’arte e nel vino un ricco e variegato elemento ispiratore. 

Prima della conclusione, però, volevo soffermarmi un attimo sull’allestimento. L’idea di esporre al posto delle opere dei grandi manifesti è nata dalla constatazione della grandezza dello spazio della palestra, grandezza che avrebbe portato ad una dispersione e svilimento dei lavori (in particolare i più piccoli). L’aver riprodotto le opere (sculture, tele, fotografie, performance) su grandi supporti ha consentito, invece, di conferire importanza, per una volta, all’immagine, relegando in secondo piano l’aspetto materiale. Se da una parte questa operazione comporta la perdita dell’aspetto tecnico dei manufatti, non più valutabile e verificabile pienamente, dall’altro privilegia l’imago, ovvero l’idea dell’artista. Il fruitore, spesse volte attratto più dalla consistenza (preziosità, maestria, pregevolezza) che dal messaggio dell’opera, in questo caso si troverà di fronte unicamente a forme e colori sovradimensionati. Questa operazione, di certo criticabile e rea di molte limitazioni, è voluta essere una sorta di sperimentazione sul concetto classico di mostra, una grande installazione a sua volta artistica. Non ce ne voglia il pubblico.

lunedì 4 ottobre 2010

Orgasmo spray al Maxxi

L'artista, pittore e scenografo romano, Luca Scaringella memore delle performance di Banksy, ha beffato la sorveglianza del Museo delle arti del XXI secolo e venerdì primo ottobre è riuscito ad appendere in una delle gallerie (sul lato dell'Igloo di Mario Merz) la sua opera 'Orgasmo Spray'. L'esponente del neo pop concettuale è riuscito ad introdurla al Maxxi grazie alle piccole dimensioni e l'ha corredata con una targhetta illustrativa identica per grafica e misure a quelle delle altre opere esposte nel museo di via Guido Reni. Vi si legge: "Luan Scaringella (Roma, 1967) - Orgasmo spray (2010) - Come 'sarcasmo' sull'umana trivialità - intesa come denaro, vizio e soddisfazione primaria. Da oggi, disponibile in confezione spray".

L’artista, che si è autodenunciato, ha spiegato il suo atto definendolo «al limite del terrorismo artistico»: «Il movente? Sognavo di esporre al Maxxi. E per un giorno, la mia opera è stata esposta al Maxxi».La direttrice del museo, Anna Mattirolo, si è detta molto divertita dal blitz. «Evindentemente – ha affermato – il Maxxi è già entrato profonfondamente nell’immaginario degli artisti e degli culturi d’arte. E il fatto che ci sia il desiderio di entrare in questo museo e di partecipare ci fa piacere». «Chiaramente – ha aggiunto – è destinato a rimanere un caso isolato. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata la dedizione con cui l’artista ha studiato la sua personalissima esposizione e la premura con cui ha replicato le fattezze delle didascalie del nostro museo». (Fonte)

Di seguito alcune immagini della performance e un suo video da youtube




sabato 2 ottobre 2010

Roma - La magnifica visione

L'anno scorso si è svolta a palazzo Braschi la mostra  Roma, la magnifica visione. Vedute panoramiche del XVIII e XIX secolo dalle collezioni del Museo di Roma. In questa occasione dall’immenso patrimonio del Museo di Roma sono state selezionate 35 opere delle quali la gran parte su carta, acqueforti, acquerelli e tempere e alcuni dipinti. La mostra sottolinea la diffusione dell’immagine di Roma, ripresa da luoghi deputati, dai quali si poteva godere di una vista unica sulla città , quali Villa Ludovisi, il Gianicolo, l’Aventino e Monte Mario. Una Roma molto diversa da come ci appare oggi, che si presentava agli occhi di artisti e di viaggiatori come una immensa e sorprendente sequenza di monumenti, percorsa dal Tevere e circondata dalla campagna.


Oltre al grande valore documentario, la mostra ha un notevole fascino. Tra le opere, la Veduta dalle pendici di Monte Mario di Giovanni Volpato del 1779, la spettacolare acquaforte con il Panorama di Roma dal Casino di Villa Ludovisi di Carl Ferdinand Sprosse (della metà dell’Ottocento), lunga più di sette metri, e il Panorama circolare del Palatino di Thomas Shew (1827). Tra i dipinti, la Veduta di Roma da Villa Malta di John Newbolt (1834) e il famoso Panorama da Monte Mario di Ippolito Caffi (1857), insieme agli acquerelli di Corrodi e alle litografie colorate di Harding.


Dall'ottimo gruppo su facebook Roma Sparita due video che ci offrono una carrellata su due panorami in particolare: il panorama di Roma dal campanile di S. Maria Nova di Rossini e la Veduta generale di Roma dal Gianicolo di Nisi-Marchetti del 1848. Sembrerà di spostarsi con lo sguardo e si osserverà una Roma "inedita" e spettacolare.



venerdì 13 agosto 2010

Lady Gaga e l'orinatoio di Duchamp

Poichè il Dada è tornato molto di moda e imitare Duchamp fa molto cool, la pop-artista Lady Gaga, non nuova a intrusioni nel mondo dell'arte, ha esposto una propria scultura in stile Duchamp: un orinatoio proveniente dal set del servizio fotografico per Vogue Hommes Japan con tanto di dedica. Lady Gaga avrebbe donato proprio un orinatoio alla mostra Inside/Out organizata da SHOWstudio.com che si è tenuta a Londra il mese scorso. L’opera in questione è stata posta accanto ad un pezzo di Terence Koh, l’artista canadese amico di Lady Gaga che in più di un’occasione ha collaborato con lei realizzando addirittura un pianoforte per la star di Alejandro, e reca la scritta “I’m not fucking Duchamp, but I love pissing with you“, che si traduce con “Non sono quel cazzo di Duchamp, ma mi piace pisciare con te”. Rimando a quest'altro mio post per la questione degli orinatoi duschampiani: Duchamp, Schwarz e gli orinatoi.
Su Showstudio altre foto del sanitario.





mercoledì 11 agosto 2010

Sergio Lombardo all'Officina Solare Gallery

Giovedì 12 agosto, presso la Galleria Officina Solare di Termoli (Via Marconi, 2) dalle ore 19 sarà possibile ascoltare l'artista Sergio Lombardo discutere sul tema "L'arte nell'epoca della globalizzazione".
Per chi non conoscesse la figura di Lombardo, cardine dell'avanguardia romana degli anni '60, di seguito alcune notizie.



Sergio Lombardo, psicologo e artista, è nato a Roma il 1.12.1939. 
Dal 1977 dirige il Centro Studi Jartrakor di Roma, che svolge attività di ricerca sulla Psicologia dell’Arte, attività editoriale ed espositiva (qui alcuni suoi articoli). Dal 1979 è direttore della Rivista di Psicologia dell’Arte. 
E’ professore di Psicologia della Percezione e di Psicologia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. 
Esordì come artista nei primi anni Sessanta insieme ai protagonisti della Nuova Scuola Romana sostenuta dalla galleria La Tartaruga esponendo con Rotella, Kounellis, Schifano, Festa, Angeli, Mambor, Tacchi, Ceroli e Pascali. Nella seconda metà degli anni Sessanta, quando la galleria La Tartaruga rinnegò l’avanguardia per abbracciare l’anacronismo, aderì al gruppo della galleria La Salita esponendo con Burri, Fontana, Lo Savio, Manzoni, Paolini e Mochetti. Nel 1970 espose con una grande sala personale al padiglione italiano della Biennale di Venezia. All’inizio degli anni Settanta, quando il ritorno all’ordine degli "anni di piombo" liquidò la ricerca per instaurare il postmoderno e la società dello spettacolo globale, fondò la galleria autogestita Jartrakor e la Rivista di Psicologia dell’Arte, dando vita al movimento Eventualista, del quale scrisse il manifesto
Ha pubblicato diversi libri, fra cui: L'avanguardia difficile, Università di Roma "La Sapienza", 2004. 12 X 12 Mappe di Heawood, Vallecchi 2004. Tre serie pittoriche dal 1958 ad oggi, De Crescenzo e Viesti, 2007.
Copiosa è la quantità di libri scritti su di lui, qui si segnala: Calvesi, Mirolla: Sergio Lombardo, Università di Roma "La Sapienza", 1995. A. Tugnoli: Sergio Lombardo, Cristian Maretti Editore, Montecarlo, 2009.
Le sue opere artistiche sono quotate nelle più importanti aste internazionali d'arte contemporanea, compaiono nelle collezioni di molti musei (fra cui la Galleria Nazionale d'Arte Moderna, il Macro e il Museo Laboratorio dell'Università La Sapienza a Roma, la Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, eccetera) e nelle più prestigiose collezioni private (fra cui Giorgio Franchetti, Diego della Valle, Luca Cordero di Montezemolo, Osvaldo Jacorossi e molte altre).
Ha vinto innumerevoli premi fra cui il Premio Internazionale per la Scultura alla Biennale di Parigi nel 1979, ha partecipato con sala personale alla Biennale Internazionale di Venezia nel 1970, nel 1993, nel 1997 e nel 2006 Ha partecipato alla Biennale Internazionale di Johannesburg nel 1995. 
Ha esposto nei Musei di tutto il mondo fra cui il Jewish Museum di New York, il P.S.1 di New York, l'Institute of Contemporary art di Boston, il Centre Pompudou di Parigi, il National Museum of Modern Art di Tokyo, l'Italian Academy di Londra, la Tate Gallery di Londra, il Museo Centrale dell'Artista di Mosca, la Sala Centrale delle Esposizioni di San Pietroburgo, il Castello Ujazdowskie di Varsavia, la Gemaldegalerie di Wiesbaden, e molti altri.Ha partecipato a tutte le più importanti mostre storiche dell'Arte Italiana Contemporanea.
Nel 2001 ha esposto alla grande mostra storica: Novecento. Arte e Storia in Italia, presso le Scuderie Papali del Quirinale. Presso la stessa sede ha esposto nel 2007 alla mostra "This is Pop! La Pop Art internazionale dal 1956 al 1968”.

Tra le sue opere si ricordano Monocromi (1958-1961), i celebri Gesti Tipici (1961)


la famosa Sfera con Sirena esposta alla Biennale di Venezia del 1970;



- "Nello Specchio Tachistoscopico, i concetti di base dell’eventualismo sono usati con forte evidenza. Perfino il concetto di profondità compare esplicitamente nelle istruzioni. Lo specchio con le istruzioni e l’immagine subliminale è lo stimolo, il sogno è l’evento, il racconto del sogno corredato da eventuali illustrazioni è la documentazione dell’evento. Uno specchio semitrasparente è montato su una scatola di legno nella quale è inserita un’immagine che diventa visibile solo quando la scatola è illuminata dall’interno. A questo scopo dentro la scatola si trova un flash attivabile dall’esterno per mezzo di un pulsante. Accanto allo specchio si trova una scritta che fornisce al pubblico le seguenti istruzioni per l’uso dello specchio: "Inquadra il tuo volto al centro dello specchio e fissalo intensamente per circa un minuto. Concentra la tua attenzione sull’occhio destro, e, mentre continui a fissarlo intensamente, premi il pulsante. Questa notte, o la notte successiva, farai un sogno. Un sogno indimenticabile che riguarderà la tua immagine: ti vedrai in una forma assurda, simbolica, segreta, e, forse, non ti riconoscerai. Vedrai la tua vera immagine. Un sogno che ricordertai perfettamente anche da sveglio" -



fino all'arrivo della Pittura Stocastica 

(La Pittura Stocastica è una ricerca sperimentale, scientificamente valutabile nell'ambito della Teoria Eventualista, iniziata da Sergio Lombardo nel 1980 e ancora oggi in via di evoluzione.Elaborando due diverse procedure matematiche, TAN e SAT, generate da algoritmi di sorteggio, l’artista riesce ad ottenere strabilianti immagini pittoriche di complessità variabile. I due metodi TAN e SAT danno vita a "strutture dinamiche iper-ambigue", capaci di coinvolgere l’osservatore in una inarrestabile attività di interpretazione dello stimolo visivo.
Ad un primo sguardo, un quadro stocastico generato con metodo TAN potrebbe sembrare la rappresentazione di ritagli geometrici caduti casualmente sulla superfice della tela, in realtà i ritagli sono collocati sul piano attraverso un’estrazione a sorte di coordinate, che lasciano sempre degli spazi vuoti sulla superficie. Invece un quadro stocastico ottenuto con metodo SAT, cioè attraverso un’estrazione a sorte di punti, attira la visione dell’osservatore in labirinti geometrici intricatissimi che non lasciano spazi vuoti sulla superficie; il metodo SAT genera infatti delle vere e proprie carte geografiche formate da "paesi" che si incastrano perfettamente l’uno nell’altro, saturando il piano. Scopo principale della Pittura Stocastica è scoprire, attraverso una progressiva indagine sperimentale, quelle strutture geometriche irregolari dotate di un potere imagopoietico sempre più elevato sulla psiche dell’osservatore).

Articolo: Domenico Nardone - Il metodo è il quadro

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...