sabato 23 ottobre 2010

Il giardino di Polifilo in 3D

Interessante testo, più che altro un gioco, che ricostruisce i mitici scenari, allegorici, del giardino di Polifilo così come ripresi dalle bellissime xilografie di Aldo Manuzio a commento del testo di Francesco Colonna Hypnerotomachia Poliphili. Da questo link lo scan completo del testo.
"Il volume presenta la ricostruzione virtuale del giardino ideale illustrato nella "Hypnerotomachia Poliphili" di Francesco Colonna, il più celebre incunabolo stampato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499. Fra i libri del Rinascimento, l'Hypnerotomachia è quello che ha influenzato maggiormente le scelte architettoniche, ma soprattutto simboliche e ideologiche del giardino cinquecentesco" (link).



venerdì 22 ottobre 2010

La macchia

Un link che avevo smarrito e che riporto ora; anche se un po' in ritardo credo sia interessante leggerlo per non dimenticare il disastro immane della perdita di petrolio nel Golfo del Messico e per vedere la macchia da un altro punto di vista, nel suo valore simbolico. In questo senso ho accostato un'immagine della macchia d'olio con una celebre "macchia" dell'arte contemporanea, forse l'opera più angosciante di Pollock, The Deep (non a caso), del 1953.

Nelle ultime settimane due eventi si sono imposti all’attenzione internazionale per la loro portata, per ciò che hanno comportato e che purtroppo continueranno a comportare. Si è trattato di due drammatici eventi tra loro comunque diversi, che incarnano in maniera neanche troppo implicita significati simbolici e per certi versi “archetipici”. Si tratta, da un lato, della falla di petrolio che sta devastando un’intera aerea del Golfo del Messico, dall’altro lato del vulcano islandese Eyjafjallajkull che eruttando ha bloccato letteralmente il traffico aereo di tutta Europa.
Nel caso della tragedia ambientale del Golfo del Messico, nel quale sono stati riversati milioni di tonnellate di petrolio e che comporterà dei danni ancora oggi difficilmente calcolabili, il Male assume la forma della “macchia”, macchia nera e sporca che contamina la purezza degli ambienti paradisiaci del centro America. Ricoeur dedicò la sua attenzione al valore simbolico della macchia, archetipo che attraversa la storia e lo spazio essendo essenziale per numerose civiltà; nella macchia, si incarna nella fisicità il trascendentale, e soprattutto i monoteismi abramitici hanno riversato grande fiducia nella possiblità di rimuovere la macchia in corrispondenza della rimozione del peccato. La macchia di petrolio devastante è simbolo di una colpa? In realtà tale macchia non si limita a essere “immagine di…” ma è “distruttiva” per se stessa: è lei in sé a determinare la sciagura, perchè è capace di sterminare la fauna marina, di sconvolgere il ciclo naturale e di bloccare settori importanti dell’economia. Questa macchia perciò va oltre al valore meramente simbolico, perchè è lei stessa ragione del Male in senso empirico, come un cancro. Le cose sono ancor più complicate se riflettiamo sulla “colpa”: la macchia di petrolio può incarnare una colpa? A differenza del simbolo sopratutto cristiano della “macchia morale”, della “sozzura”, che Ricoeur evidenzia come la più efficace esteriorizzazione simbolica del peccato e che ha provocato l’identificazione di esso in uno “stato” che va “pulito” affinché si torni integri e nobili, la macchia di petrolio appare una commistione tra responsabilità umana e naturalità. Il petrolio è una sostanza della natura, e il suo “confondersi” con l’acqua può apparire ai nostri occhi una palese manifestazione dell’insensibilità umana, noncurante del pianeta che lo ospita. In realtà, si tratta della commistione, quella tra petrolio e mare, tra elementi naturali, natura con natura, che non sempre è fonte di quiete ma che spesso “deve” essere fonte di morte proprio per alimentare perpetuamente il motore della “vita”. In realtà, è proprio la potenza dell’immagine del petrolio come “macchia” che comporta una antropomorfizzazione che ci porta a ricondurre l’elemento petrolio alla sola dimensione culturale-umana.
Ma è proprio così? Bisogna tener conto nella sciagura dell’imperizia e della trascuratezza di tecnici, manager e ingegneri del pozzo della compagnia petrolifera BP, perciò quella macchia riflette una colpa a tutti gli effetti, relativa all’avidità umana che è causa di sciagure di cui lui stesso in persona pagherà le conseguenze, non tanto “la natura” in senso astratto e metafisico, quale entità di cui pensiamo di conoscere lo stato di salute e quello di malattia. (continua)



giovedì 21 ottobre 2010

Mariano Vargas

Alcune foto sono eccessivamente kitsch e di maniera, nell'esasperazione dell'attualizzazione a tutti i costi, altre invece risultano piacevoli elaborazioni e riproposizioni di opere classiche, fedeli al modello eppure con caratteri nuovi, moderni, a volte perturbanti. Sono gli scatti di Mariano Vargas attualmente esposti a Milano per la sua prima esposizione in Italia. Ecco una selezione, con relativa opera.

Raffaello - Le tre grazie

Giovanni Bellini - donna allo specchio 

Piero di Cosimo - Simonetta Vespucci come Cleopatra

Raffaello - La fornarina

E per restare in tema di riproposizioni, interessante anche questa campagna pubblicitaria che riprende lo stile di Alphonse Maria Mucha, padre dell'Art Nouveau (da Coilhouse)



mercoledì 20 ottobre 2010

I Bentvueghels

S. Maria in Aquiro - flagellazione
Soffermandomi sulla notizia del restauro delle tre importanti tele della cappella della Passione di S. Maria in Aquiro a Roma, significative in quanto rappresentano l’ultima committenza pubblica affidata alla scuola di Caravaggio, leggendo degli eventuali realizzatori (si parla del francese Trophime Bigot per due tele e del cosiddetto “Master of candle” per la terza) ho trovato anche il nome dei Bentvogels (o banda degli Uccelli; scritto anche Bentvueghels). Questa, poco conosciuta col suo vero nome e dalla storia affascinante anche per capire il variegato ambiente romano dell'epoca, era un'associazione di pittori ("Schilderbend" gilda dei pittori), in larga parte olandesi e fiamminghi, in opposizione all'Accademia di San Luca. Fondata nel 1623 da Breenbergh e Poelenburgh  aveva sede in via Margutta, nei pressi di Piazza di Spagan, garantiva assistenza ai soci e perseguiva una pittura di genere (scene di strada e di vita quotidiana, vedute con rovine). In seguito parte dei pittori di questa gilda furono conosciuti anche col nome di Bamboccianti (usato per la prima volta da Salvator Rosa), e del resto molti dei soprannomi derivano proprio da qui.
L'associazione era famosa anche per un'altro motivo: come riporta questa esauriente nota di wikipedia "altra caratteristica della Schildersbent, che richiamava scarso apprezzamento, erano i rituali e pratiche bacchici dei suoi associati. Anche se l'organizzazione non aveva uno statuto o un qualsivoglia regolamento, era comunque previsto un rituale di iniziazione a cui doveva sottoporsi ogni nuovo adepto e che ci è noto da varie testimonianze lasciate da Bentvueghels, come disegni, incisioni e racconti. Si trattava di una parodia di antiche feste, in cui i vari membri, vestiti con toghe e con la corona d'alloro, onoravano Bacco. Il novizio aveva il privilegio di giocare il ruolo del dio. La cerimonia iniziava con uno pseudo-battesimo in chiave sempre di parodia, in cui il nuovo adepto veniva innaffiato di vino. Seguivano lauti banchetti e la visita alla tomba di Bacco, ovvero al Sarcofago di Costantina in porfido rosso, recante scolpite scene di vendemmie con tralci di vite e putti. Questo sarcofago si trovava nella Chiesa di Santa Costanza, che si suppone sia stata costruita su un tempio dedicato a Bacco. Oltre all'iniziazione, era usanza che ogni membro avesse un soprannome: in una nicchia vicino al sarcofago, si trovano centinaia di nomi di Bentvueghels con i relativi soprannomi".

Tali cerimonie sono ricordate dal Passeri, dal Sandrart e piú dettagliatamente da Cornelis de Bruyn, a Roma nel 1675, e documentate da disegni e incisioni. In basso alcune immagini:





“Vi e poi talun, che col pennel trascore
A dipinger faldoni e guitterie,
E facchini, e monelli, e tagliaborse:
Vignate, carri, calcare, osterie,
Stuolo d’imbriaconi, e genti ghiotti,
Tignosi, tabaccari, e barberie;
Niregnacche, bracon, trentapagnotte:
Chi si cerca pidocchi, e chi si gratta,
E chi vende ai baron le pere cotte;
Un che piscia, un che caca, un che alla gatta
Vende la trippa, Gimignan che suona,
Chi rattopa un boccal, chi la ciabatta...”
"...Da l'atlantico mare a l'eritreo
il decoro non ha dove ricoveri,
ch'ognun s'è dato ad imitar Pirreo:
sol bambocciate in ogni parte annoveri,
né vengono a i pittori altri concetti
che pinger sempre accattatozzi e poveri".


Il cubo nell'arte contemporanea

Perduta la figurazione è la geometria a farla da padrone. Come vera e propria "formula di pathos", così, la figura del cubo ritorna in molte opere e installazioni, da Manzoni a Kosuth a Warhol (nei materiali più diversi), e questo post di artfagcity, IMG MGMT: The Cube Show, ne offre un'esauriente carrellata. In basso alcune opere tratte dal post

Jean Nouvel - Monolith (2002)
Joseph Kosuth - Box, Cube, Empty, Clear, Glass-A Description (1965)
Paul Thek - Meat Piece With Warhol Brillo Box (1965)
continua su artfagcity

martedì 19 ottobre 2010

Quanto conta l'artista?

La classifica annuale stilata dalla rivista Art Review è tra le più documentate e affidabili nel panorama dell'arte contemporanea; naturalmente, come tutte le classifiche, è solo un gioco che, comunque, non si discosta di molto dalla realtà. L'ultima, quella del 2010, è uscita da pochi giorni e vede in testa il gallerista Larry Gagosian seguito dal curatore Hans Ulrich Obrist. Interessante gli scivoloni di Jeff Koons e Damien Hirst mentre di italiani si segnalano Celant, Cattelan, Gioni, Massimo De Carlo e Galleria Continua. Osservando questi grafici di analisi alla classifica non posso non constatare come le persone più influenti dell'arte contemporanea, oggi, siano sopratutto critici e galleristi, mentre gli artisti occupano una piccola percentuale. Ribaltamento, ormai consolidatosi da diversi anni, che sa di assurdo e che sminuisce prima di tutto gli artisti e la loro arte (per conoscere i veri critici d'arte, italiani, che prima di essere critici erano sopratutto degli illustri storici, consiglio questo libro L' occhio del critico. La storia dell'arte in Italia da Cavalcaselle a Previtali.)




lunedì 18 ottobre 2010

Un Caravaggio in vendita

Dal sito Caravaggio400 apprendo la notizia, che giro subito, dell'imminente vendita nientemeno che di un Caravaggio. L'opera, autenticata da Marini e confermata anche da Sir Denis Mahon, sarebbe una tela giovanile e raffigura un soggetto comune nei primi anni a Roma al pittore, un ragazzo con una caraffa di fiori. Il piede d’asta parte da mezzo milione di franchi svizzeri.


domenica 17 ottobre 2010

Nelle scatolette di Manzoni solo gesso


Si scopre, così, secondo le affermazioni di Agostino Bonalumi, amico di Piero Manzoni, che nelle famose scatolette, tra le opere più dissacranti dell'artista, non ci sarebbe "merda" ma solamente del gesso. Di seguito l'articolo del Corriere con l'intervista.


«Pane, salame e formaggio con vino di Barbera asciutto. Quanto le possiamo offrire alla riunione presso la galleria del Prisma dove sono esposte le nostre recenti opere. L' appuntamento è per mercoledì 25 febbraio 1959 alle ore 18. Due chitarristi e una chanteuse improvvisata ravviveranno la serata. L' aspettiamo con amici». Firmato: Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Piero Manzoni. Questa - per quanto consentivano le nostre tasche, e la nostra fantasia - la promessa che avrebbe interessato almeno qualche curioso, oltre i soliti amici. Ottenemmo qualche presenza insolita. Ci consolava il pensiero che la mostra sui taxi di Milano, anche senza fantasiosi inviti, era stata certamente più frequentata grazie ai buoni uffici dei tassisti. Bilancio, a mostra finita: nessuna vendita, e lodi più divertite che ragionate, dei soliti amici. Liberammo la modesta sala della galleria la sera dell' ultimo giorno di mostra lasciando le opere impacchettate, pronte per il ritorno ai rispettivi studi. La sera era piovigginosa e fredda. Al bancone del Giamaica, per il solito «bianchino», incontrammo Romano Lorenzin, un appassionato collezionista che aiutava i giovani artisti, acquistando saltuariamente qualche opera. Per noi, niente da fare, anche se correva qualche sguardo di complicità: stai a vedere che a mostra già chiusa vendiamo qualcosa di nostro a Lorenzin. Azzardiamo una proposta: un' opera di ciascuno di noi a buon prezzo. «No, non sono interessato. Sapete... Amo altre cose». «Ma a metà prezzo», diciamo, consapevoli di proporre la metà di qualcosa di cui non s' era detto l' intero. Un altro diniego. «Neppure in regalo?». Niente da fare. I nostri lavori non lo interessavano. Finito il «bianchino», uscimmo; forse senza nemmeno salutare. La pioggia era cessata, l' aria fredda e l' umidità si avvertivano fin nelle ossa. Il rifiuto rese manifesta quella delusione di come era andata la mostra, che sino a quel momento era rimasta nell' aria. «Questi stronzi di borghesi milanesi vogliono la merda», borbottò Piero. Ci lasciammo, salutandoci sottovoce. Era stato Baj a farci incontrare, Manzoni e io (Castellani si sarebbe aggiunto poco dopo in occasione della mostra alla Galleria Pater di Milano). Enrico diceva che avevamo affinità di idee e che, per questo, eravamo due rivoluzionari. Insieme potete far molto, aggiungeva. Eravamo nel 1957. Manzoni proveniva da una esperienza in ambito di quella figurazione surrealista che andava ricercando una particolarità di accenti e di definizioni col Movimento arte nucleare, fondato e capeggiato da Baj e Sergio Dangelo. Forse più che un incontro di idee fu, dapprima, un incontro di due giovani artisti che per vie diverse giungevano alla constatazione di una sproporzione fra quello cui aspiravano e gli esempi offerti dall' arte del momento e dalla quale volevano differenziarsi a tutti i costi. Si sviluppò anche una fraterna amicizia. Giornate di discussioni interminabili: idee, progetti, invenzioni. Guardando adesso la produzione di allora, è evidente una certa influenza informale, dovuta forse anche al desiderio di sopravvivenza. Gli Acrome di Manzoni, per esempio: la superficie bianca composta a riquadri che affiorano, la tela passata in una soluzione di caolino, oppure la superficie bianca di una tela imbevuta di caolino, che l' attraversa facendo delle pieghe tra le quali la luce sommuove il bianco e crea gradazioni con ombre e penombre. Esperienza, questa, che Manzoni pensò di superare rinunciando a tela e caolino degli Acrome per «tele» che fossero solo ed esclusivamente tele, per passare poi a materiali diversi quali lana di vetro, bambagia di cotone, polistirolo. L' invenzione passata così attraverso una «rivolta» e una citazione ironica, fino allo sberleffo. Diversamente da oggi, non erano molte le possibilità che si offrivano ai giovani artisti perché potessero mostrare gli esiti delle loro ricerche. Da qui, l' ansiosa attesa d' un qualche interlocutore che sapesse ascoltare. Anche se, in verità, della critica milanese, Gillo Dorfles e Guido Ballo guardavano con attenzione le ricerche dei giovani artisti. Per noi, vecchia figurazione e nuova figurazione non meritavano rispetto. Le consideravamo, appunto, merda. L' unica cosa accettabile era l' Informale. Devo aggiungere che non trovo esatto - anzi lo giudico del tutto arbitrario - fare di Manzoni l' anticipatore dell' Arte povera. Restando ai fatti, per Piero si dovrebbe fare riferimento al Dadaismo, sia per il gioco dissacratorio, che per l' uso dei materiali in quanto tali. Lontano, quindi, da intendimenti «costruttivi» ed estetici, salvo occasionali cadute. Sberleffo e ironia non appartengono certo all' Arte povera. Qualche tempo dopo l' episodio del Giamaica mi raggiunse una telefonata di Manzoni: «Passa da me, devo mostrarti qualcosa». Lo stesso giorno mi recai in via Fiori Oscuri (dove aveva lo studio, prima di passare in via Fiori Chiari). Castellani mi aspettava davanti al portone. Salimmo le scale. Piero ci accolse sorridendo: «Ecco», disse con aria soddisfatta mostrandoci quella che doveva essere una scatola di conserva alla quale aveva sostituita la fascetta con un' altra in cui aveva scritto a mano Merda d' artista. Alla nostra sorpresa iniziale, seguì una grande risata di approvazione entusiastica e incondizionata. In seguito, quando la Merda d' artista divenne un multiplo, la parola venne stampigliata. Negli ultimi decenni, sono stati in tanti a chiedersi che cosa veramente contenga la scatoletta. Certo non la materia organica dichiarata. Se così fosse, prima o dopo il metallo si corroderebbe provocando una fuoriuscita. Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole. 

sabato 16 ottobre 2010

Quel genio di Picasso

La grandezza di un artista si nota maggiormente nei particolari, nelle opere minute, spesso schizzate, o estemporanee, nell'abilità nel riplasmare la realtà secondo le proprie istanze. Picasso, in questo senso, è stato un maestro indiscusso, il più grande artista del '900, in quando è riuscito a rielaborare la tradizione non smarrendo mai la tecnica, anzi potenziandola maggiormente in virtù delle sue decostruzioni. In queste due immagini (tratte dall'archivio del museo Picasso di Parigi), così, si può cogliere tutta la grandezza del suo genio. Dallo stesso album bellissime le serie di foto che testimoniamo la realizzazione di Guernica o le immagini della decostruzione del toro.

Cheval couché
Genou décoré par Picasso, 1950

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